Varie, 27 settembre 2011
AGLI EUROPEI SERVIREBBE UNA VERA «BAD BANK» - I
rischi di una crisi gemella in Europa di debiti pubblici e bancari si affrontano separando le due vicende - con una bad bank - e non intrecciandole ancor di più, con un fondo salva-Stati. Piuttosto che lanciare fumosi annunzi di fondi salva-Stati a Washington, occorre che i politici europei mettano subito in sicurezza i sistemi bancari. In un clima di perdurante incertezza, occorre preservare la fiducia nella solidità del sistema bancario europeo. Questo ruolo è assolto oggi dalla Banca centrale europea in modo efficace, ma improprio e temporaneo, quindi foriero di ulteriore incertezza. Per spezzare la spirale della sfiducia, occorre che l’istituendo Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (Efsf) assuma subito i connotati di una moderna bad bank, avendo come attivo i titoli dei paesi che l’Unione giudica a rischio insolvenza, con tre diverse possibilità di finanziamento, da modellare al meglio: capitalizzazione da parte degli Stati membri in ragione degli attivi bancari così bonificati, emissione di eurobond con garanzia dell’Unione, accesso al credito della Bce.
I mercati finanziari continuano a maltrattare le banche europee - italiane incluse - guardando anche con punte di isteria alla miscela tra incertezza della congiuntura economica generale, presenza nei portafogli bancari di titoli di Stato a crescente rischiosità, perplessità sugli effetti del futuro disegno delle regole.
È una situazione non sostenibile a lungo. Si è creato una specie di gorgo dell’incertezza, in cui agiscono almeno quattro diversi mulinelli di sfiducia collettiva, che si rinforzano a vicenda, finendo sempre per colpire il sistema bancario. Il primo mulinello è la sfiducia nella ripresa economica, che fa crescere i dubbi sulla qualità futura del credito bancario. Il secondo mulinello - che prende forza dal primo - è la sfiducia nella capacità di alcuni Paesi - prima Grecia, Portogallo Irlanda e poi Spagna ed Italia - di non essere in grado di onorare i propri titoli pubblici. Il secondo mulinello sta provocando l’emergere di un terzo mulinello, che ha il suo epicentro nel sistema bancario: la crescente rischiosità di alcuni titoli pubblici fa crescere la sfiducia da un lato nella qualità dell’attivo di diverse banche, dall’altro, a causa dei maggiori oneri per le stesse banche, nell’approvvigionamento della raccolta, unita alla ritrosia che i governi ed i regolatori nazionali hanno nell’essere trasparenti quando si parla delle loro banche. I tre mulinelli dell’incertezza trovano ulteriore forza nella sfiducia che i mercati finanziari mostrano nella capacità dei politici - soprattutto ma non solo europei - con la loro perdurante volatilità verso il basso. È possibile fare qualcosa contro il gorgo dell’incertezza?
La priorità è bloccare il mulinello di sfiducia rappresentato dallo stato di salute del sistema bancario europeo. Perché oggi preoccupa tanto la possibilità bancarotta di uno Stato relativamente piccolo come la Grecia? Si risponderà che la ragione principale è il possibile effetto contagio che potrebbe arrivare a toccare il debito di membri dell’Unione più grandi, come la Spagna o l’Italia. Ma spesso si dimentica di ricordare che probabilità, dimensioni, e caratteristiche del contagio dipendono in maniera cruciale dal modo con cui il sistema finanziario, ed in particolare le banche private, possono essere coinvolte, sia direttamente che indirettamente attraverso gli strumenti derivati e le interconnessioni con il sistema finanziario ombra. La tutela della stabilità bancaria diventa allora il tassello fondamentale nella strategia europea per contrastare il gorgo dell’incertezza.
Da sempre nel sistema bancario l’incertezza degenera in panico quando non si riesce più a distinguere le banche tra solide, semplicemente illiquide ed irrimediabilmente insolventi. Da sempre il mercato non riesce mai da solo a far bene tale distinzione, ed è perciò che esiste una banca centrale che contribuisce alla stabilità sistemica fornendo liquidità solo alle banche che possono dare a garanzia titoli a rischio zero. La gestione delle banche a rischio insolvenza esce dal perimetro delle responsabilità della banca centrale. Se si pensa all’Unione Europea, prima che si scoprisse il falso in bilancio nei conti greci il meccanismo seguiva queste regole del buon governo della liquidità.
Con la sorpresa greca si è introdotto un elemento nuovo e negativo: attività finanziarie sistematicamente presenti nei portafogli delle banche europee - ancorchè in proporzioni diverse - sono passate da un rischio zero ad un crescente rischio insolvenza. Inoltre, la macchia d’olio della sfiducia ha iniziato ad allargarsi, poiché, causa il ruolo ancora forte e interconnesso del sistema finanziario ombra, dimensioni e caratteristiche degli effetti di una insolvenza sono avvolti nella nebbia. Ecco che si affaccia la situazione in cui diviene difficile distinguere la qualità dei bilanci bancari, che abbiamo ben conosciuto durante la crisi finanziaria partita con il dissesto Lehman Brother. La Bce - oggi come allora - sta svolgendo un efficace ruolo di supplenza, che è però improprio e temporaneo. Nei fatti - paradossalmente - finisce purtroppo per contribuire alla crescente incertezza.
Allora occorre che l’Unione dimostri di avere la forza politica di definire ed implementare un Fondo Europeo della Stabilità che contribuisca a creare paratie tra i diversi mulinelli. L’Unione - come giustamente suggerito da Guido Tabellini su queste pagine - deve definire quali sono i Paesi membri a rischio insolvenza, individuando così le attività finanziarie tossiche presenti nei bilanci delle banche europee.
Il Fondo dovrebbe acquistare tali attività, assumendo sul suo bilancio il rischio insolvenza; oggi basterebbe partire con un assorbimento totale dei titoli greci, irlandesi e portoghesi. La Bce tornerebbe ad essere responsabile solo della liquidità, accettando in garanzia solo i titoli dei Paesi membri non a rischio insolvenza. La gestione del rischio sistemico verrebbe sottratta alla miopia ed alla opacità di governi e regolatori nazionali. Lo stato di liquidità e di solvibilità delle banche europee tornerebbe comprensibile, con normalizzazione dei mercati interbancari e azzerramento della paranoia da ricapitalizzazione. La proposta alternativa - formulata a Washington - di aiutare gli Stati membri, che poi dovrebbero occuparsi delle rispettive banche, non contribuisce a creare paratie tra i diversi mulinelli di incertezza, anzi rischia di accentuarsi, aumentando di riflesso tutte le incognite, anche politiche.
Con la bad bank l’Unione - cioè i contribuenti europei - sarebbe il garante ultimo della solvibilità, con una distribuzione dei costi potenziali che può rispecchiare diverse soluzioni politiche. Dalla soluzione politica di come si distribuirebbero i costi scaturirebbe anche la fisionomia del finanziamento del fondo. Le possibili opzioni generali sono tre: finanziamento a carico degli Stati membri, anche calibrabile in funzione del beneficio ricevuto da ciascun sistema bancario nazionale; emissione di eurobond, anch’essi con un disegno di garanzia modulabile; possibilità residuale di rifinanziamento presso la Bce, che avrebbe la bad bank europea pubblica - che per definizione non può fallire - come possibile controparte, ma nel mercato della liquidità.
Dunque le opzioni ci sono per affrontare l’incertezza; è il tempo che si riduce e con esso credibilità ed efficacia di una azione dell’Unione a tutela del suo futuro. Ne sono coscienti Bruxelles, ed i politici nazionali?