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 2011  settembre 27 Martedì calendario

«CON ME IL “CORRIERE” HA RADDOPPIATO LE COPIE»


Allo scoccare delle nozze d’argento il professore Alberoni ha mollato. Dopo 25 anni di rubrica in prima pagina sul Corsera, lo scrittore-psicologo-giornalista, autore del quasi omonimo L’albero della vita (da molti ribattezzato L’alberoni della vita) e dell’appena edito Viaggio nell’animo umano (Rizzoli, pp. 264, euro 18), lascia un vuoto nel quotidiano di via Solferino. Nel senso che il suo fogliettone, Pubblico e privato, appuntamento imperdibile per i lettori del lunedì, non ci sarà più. Scompaiono così il faccione con basette pronunciate e il riquadro a tre colonne, dove il professorone elargiva pillole di buon senso, paragonate, dai maligni, agli aforismi di Moccia, alle frasi dei Baci Perugina o alle massime di saggezza zen, che dicono tutto pur non dicendo niente. Pochi lettori ora ne avvertiranno la mancanza. Molti altri, invece, si sentiranno liberati, come quelli che commentano: «Finalmente potrò comprarmi il Corriere anche il lunedì» oppure «Buone notizie. Uno dei maestri dell’ovvio abbandona il giornalismo».
Professor Alberoni, come mai il suo rapporto col Corriere si è interrotto?
«Non saprei. La mia rubrica era uno spazio curioso, un accadimento puntuale. Ho iniziato a curarla nel 1986. Forse durava da troppo tempo».
Alcuni sul web festeggiano il suo addio. La definiscono «tuttologo del nulla», «profeta della banalità», «principe della mediocrità», «luogocomunista». Come commenta?
«Io non ho mai risposto ai detrattori. Posso dire che ho sempre scritto quello che sentivo di scrivere».
E adesso il professor Alberoni cosa farà? Diverrà la firma di un altro giornale?
«Credo di sì, anche se non ho ancora preso una decisione. Di sicuro, ho già in cantiere due o tre libri».
Nel pezzo di commiato, sul Corriere di oggi, scrive: «Ho parlato di argomenti lontani dalla prima pagina, ignorando il chiasso dell’attualità». Cos’è stata, una scelta di esilio volontario?
«Io non ho mai fatto politica attiva. La mia rubrica nacque su richiesta di Piero Ostellino. L’allora direttore del Corsera mi disse: «Proviamo con questo spazio, te lo affido e lo mettiamo in basso al giornale. Se funziona, lo teniamo».
E come andò?
«Il Corriere allora vendeva 400.000 copie. L’anno dopo aveva raggiunto il milione».
Mi sta dicendo che la sua rubrica gli ha fatto raddoppiare le copie?
«No, ma la mia intuizione è stata quella di sdoganare il lunedì. Fino ad allora il primo giorno della settimana era consacrato al calcio. Nessuno scriveva di attualità, di politica, di costume. Dopo, invece, molti altri hanno iniziato a scrivere il lunedì. E poi allora, non c’era la concorrenza con La Repubblica, che non pubblicava a inizio settimana».
Mi sa indicare, se c’è, un successore di Alberoni? Alcuni fanno il nome di Severgnini.
«Guardi, Severgnini è divertente, mi fa ridere. Ma non so chi o cosa prenderà il posto della mia rubrica, anche perché alla sede del Corriere manco da tempo».
Qual è stata la sua ultima volta in via Solferino?
«Due o tre anni fa. Mi chiamarono dalle risorse umane per comunicarmi che avevano intenzione di ridurmi lo stipendio».
Suona come un preludio all’addio. Non è che l’hanno mandata via per ragioni di portafoglio?
«Non lo so, dovrebbe chiederlo a loro».
Come sono ora i suoi rapporti col direttore de Bortoli?
«Buoni, provo stima e affetto per lui».
Crede che, a un certo punto, un giornalista debba lasciare per raggiunti limiti di età, come capita in altre professioni?
«Non lo so, ma non è il mio caso».
Lei comunque ha inventato uno stile, fondato sulla leggerezza. Una scelta di semplicità oppure un sintomo di superficialità?
«Io so solo che questo linguaggio divulgativo, questa leggerezza mi hanno consentito di essere tradotto in tutto il mondo, in Giappone, in Cina, in tutta Europa».
Quindi si sente un incompreso in patria?
«Ma no (ride). Sono contentissimo così».
Per chiudere. Tracciamo il profilo di un altro Alberoni. L’intellettuale al potere, che è stato consigliere d’amministrazione della Rai. Come giudica quell’esperienza?
«Io mi sono sempre occupato di consulenza. Ho condotto ricerche sulla sociologia dei consumi, ho pubblicato il mio primo lavoro, Consumi e società, nel 1964. Dopo mi sono occupato di strategia di comunicazione, di organizzazione d’impresa. Credo di avere, insomma, un’esperienza trentennale».
La stessa che Alberoni ripercorre nella sua ultima pubblicazione, una sorta di testamento spirituale, o meglio, un distillato del suo percorso umano e intellettuale. Un viaggio nel tempo, certo, ma anche un viaggio nel’anima. Dove il sociologo, campione della divulgazione, ripercorre i temi affrontati fino alla noia nei saggi e nei corsivi giornalistici: l’amore, il tradimento, la solitudine. Con due riflessioni, però, che sembrano cadere a fagiolo. Una, relativa all’invidia: ovvero la necessità di confrontarsi con chi ti sottovaluta per prendere il tuo posto (e perché no, la tua rubrica sul quotidiano). L’altra, a proposito della necessità di auscultarsi per cambiare: a un certo punto, sostiene Alberoni, a fronte della sicurezza della stabilità, occorre voltare pagina. Anche se su quella pagina, da domani, non comparirà più la tua firma.

Gianluca Veneziani