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 2011  settembre 25 Domenica calendario

IL LATO UMANO DEL RE MOSTRO


Amato dai pagani e dalle fonti più o meno coeve, Nicolao di Damasco in primis, che non a caso lo hanno ribattezzato Il Grande, onore degno di un Alessandro o di un Carlo, soprattutto per le sue opere edilizie; odiato dalla storiografia posteriore e dai Cristiani, che lo hanno considerato l’istigatore del cosiddetto “massacro degli innocenti”. Personaggio dai due volti già nei titoli, «re di Giudea» e «amico dei Romani», in bilico tra giudaismo ed ellenismo, tra magnificenza esterna e dramma domestico, Erode occupa di certo, nelle vicende del Vicino Oriente Antico, un posto particolare. Anche se difficilmente definibile.
A delinearne i contorni ci ha provato a Cividale del Friuli, nel corso del XIII Convegno internazionale della Fondazione Canussio dal titolo “Iudaea socia – Iudaea capta”, Jean-Michel Roddaz – docente di Storia romana all’università di Bordeaux, e autore, tra l’altro, di una monografia su Marco Agrippa, di una storia della Repubblica romana e dell’edizione critica di quattro libri di Dione Cassio per Les Belles Lettres – con la relazione “Hérode: le roi étranger”.
Sovrano straniero e imposto dall’esterno in quanto, figlio dell’idumeo Antipatro e di una principessa araba, cittadino romano, viene elevato al rango di tetrarca da Antonio, sostenuto dai triumviri e infine, complice un’invasione partica in Siria, creato re da un senatoconsulto (fine 40 a.C.) e dalla forza delle legioni. Dopo la battaglia di Azio, da cui si era abilmente tenuto fuori grazie anche a un terremoto, anzi, da perfetto esempio di principe-cliente, viene ricompensato con un significativo aumento di territorio (Gerico, Gadara, alcune città della Decapoli, Gaza ecc.), che arriva così a oltre 20 mila chilometri quadrati. Le prerogative reali le ha tutte: la porpora, lo scettro, il diadema, un proprio esercito, la facoltà di nominare e revocare il Grande Sacerdote.
I sudditi ebrei, ovviamente, non sono contenti: origini e attitudini di Caio Giulio Erode, idumeo di nascita, greco di cultura, interessato alla storia, alla filosofia e alla retorica, costruttore di ginnasi, palestre, teatri e persino di un anfiteatro, protettore di artisti e intellettuali, non coincidono affatto con le caratteristiche di un possibile restauratore dello Stato ebraico promesso da Javhè. E questo nonostante la buona volontà di Erode, che per farsi accettare ricostruisce il Tempio, difende davanti ad Agrippa le comunità giudaiche di Efeso e Cirene, mantiene a lungo buone relazioni con i Farisei, sino quasi alla fine del regno, quando scoppia, e viene annegata nel sangue, una rivolta dell’aristocrazia ebrea offesa per l’erezione di un’aquila d’oro sulla porta del Tempio.
Il problema è che il suo giudaismo è troppo superficiale: poligamo e brutale, assai simile ai sovrani ellenistici (Cesarea viene fondata sul modello di Alessandria, la legenda delle sue monete è in greco), è costretto a edificare fortezze (un nome su tutti: Masada) più per fronteggiare minacce interne che nemici esterni, mentre il suo esercito, organizzato alla romana, è formato in gran parte da mercenari orientali.
Autodefinitosi il miglior amico di Agrippa (che ospita a Gerusalemme) dopo Augusto e il miglior amico di Augusto dopo Agrippa, Erode, o meglio l’Erode degli anni 23-12 a.C., rappresenta, nonostante il contesto ostile, l’acme dei buoni rapporti tra il potere romano e il mondo giudeo, allorché un nuovo ordine prende il posto di quello seleucide e tolemaico.
Insomma, conclude Roddaz, Erode non è un banale re-cliente di Roma, come Archelao di Cappadocia o Giuba di Mauritania, ma un gigante della storia, capace di ritagliarsi un ruolo da protagonista in un’epoca di grandi trasformazioni. E pazienza se non fu capace di altrettanta abilità nella sfera privata e familiare, così da assomigliare a un personaggio tragico e da far dire ad Augusto, secondo quanto riporta Macrobio: «Melius est Herodis porcum esse quam filium».
In un altro intervento di giornata, infine, appena prima dell’annuncio dell’argomento della prossima edizione del Convegno (i sacerdoti nel mondo romano), Ariel Lewin, docente di Storia romana all’Università della Basilicata, ha presentato le conclusioni cui arriva uno scienziato di Cambridge, Colin J. Humphreys, nel recente volume The mystery of the last supper: considerando, nell’arco degli anni della prefettura di Ponzio Pilato, come giorni possibili per la crocifissione il 14 di Nisan (vigilia di Pesach), seguendo Giovanni, o il 15 (primo giorno di Pesach dopo la cena pasquale), seguendo i sinottici, l’astronomia prova che l’unico caso in cui il 14 o 15 di Nisan cadde di venerdì è un 14 di Nisan corrispondente al 3 aprile del 33, fatto che esclude le date, assai gettonate, del 30 o del 36.

Miska Ruggeri