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 2011  settembre 25 Domenica calendario

IL CONTO DELLO SPREAD

Siamo un Paese in difficoltà in un mondo in difficoltà”, minimizza Paolo Scaroni nell’intervista pubblicata ieri da Repubblica. Certo non si può pretendere che il numero uno dell’Eni arrivi a criticare pubblicamente il suo azionista di controllo, cioè il ministero dell’Economia. In questi giorni però il gruppo petrolifero sta faticando più del previsto per raccogliere denaro fresco sul mercato. E la colpa è proprio del crollo di credibilità del governo di Roma, che ha finito per ingigantire gli effetti negativi della crisi internazionale del debito. S’impenna lo spread. Crescono a livelli record i rendimenti dei titoli di Stato, che trascinano al rialzo i tassi di tutti gli altri prodotti finanziari. Alla fine, a fare le spese di questa spirale perversa, sono le aziende, grandi e piccole, costrette a pagare interessi sempre più elevati sui prestiti.
UN CASO esemplare è quello dell’Eni, che sta cercando di piazzare sul mercato un miliardo di obbligazioni con scadenza 2017. Sono titoli destinati al pubblico dei risparmiatori. Il taglio minimo è di 1.000 euro e si può scegliere tra tasso fisso e tasso variabile. Il problema è il rendimento, che verrà comunicato solo a collocamento concluso, il 4 ottobre. I vertici dell’Eni hanno però già anticipato di essere orientati a offrire il tasso più elevato tra quelli pro-spettati nel prospetto informativo. Si arriverebbe così al 4,95 per cento annuo al lordo delle tasse. Solo tre mesi fa l’Eni avrebbe potuto cavarsela molto più a buon mercato. Per piazzare senza problemi le sue obbligazioni sarebbe bastato offrire un rendimento intorno al 4 per cento.
SOLO CHE nel frattempo è esplosa la crisi del debito sovrano. I rendimenti dei Btp sono schizzati verso l’alto. E allora non c’è scelta. Per arginare la concorrenza dei titoli di Stato l’Eni non può fare altro che alzare l’asticella dei rendimenti. Anche così, però, Scaroni è costretto a inseguire. Basta dare un’occhiata al listino del mercato obbligazionario per scoprire che un Btp con scadenza a sei anni (agosto 2017) al momento garantisce un rendimento lordo del 5,35 per cento circa. E giusto due settimane fa i Btp a cinque anni sono stati collocati al tasso del 5,6 per cento. Insomma, Tremonti batte Scaroni. I titoli del Tesoro restano più convenienti delle obbligazioni targate Eni. E nel futuro prossimo, se non si allenta la tensione sui mercati finanziari, il vantaggio dei Btp potrebbe addirittura aumentare.
PERSA LA GARA sui rendimenti, il gruppo petrolifero punta su altri fattori per convincere i risparmiatori. Tutto sommato l’Eni può vantare un rating di A+, che dopo il recente declassamento di Roma deciso da Standard & Poor’s è diventato addirittura migliore di quello dello Stato italiano. Inoltre, nonostante i risultati di quest’anno siano un po’ meno brillanti rispetto al recente passato, la multinazionale guidata da Scaroni continua a macinare profitti in gran quantità. Difficile quindi immaginare catastrofi, almeno nel breve termine.
Resta il fatto che l’Eni è costretta a pagare un conto molto più salato del previsto per portare a buon fine un collocamento deciso ad aprile. Altri tempi, quelli. Poi i mercati sono diventati un mare in tempesta. E la pessima prova offerta dal governo di Roma ha fatto il resto. Con un problema supplementare. La manovra finanziaria varata a metà agosto ha portato l’imposta sui rendimenti delle obbligazioni dal 12,5 al 20 per cento. Una sola eccezione, i titoli di Stato, che resteranno al 12,5 per cento. Una nuova stangata per banche e aziende. Eni compresa.