Guido Barbujani, Domenica-Il Sole 24 Ore 25/9/2011, 25 settembre 2011
IN AFRICA GLI ANTIPODI DELL’UMANITÀ
Si chiamano !Gubi e G/aq’o, e sono due cacciatori seminomadi del Kalahari. Varrebbe la pena di conoscerli anche solo per la singolare ortografia dei loro nomi. Il punto esclamativo, l’apostrofo e la barretta diagonale indicano infatti consonanti tipiche delle loro lingue, le lingue San. Si chiamano click, si producono facendo schioccare la lingua contro il palato, le guance o i denti. Un tempo si sarebbe detto che !Gubi e G/aq’o sono boscimani. Ma le parole sono pietre, e in questo caso pietre molto pesanti. Boscimane, infatti, nelle intenzioni dei primi coloni olandesi dell’Africa meridionale, designava creature non umane: gli uomini della boscaglia: non essendo costoro umani, si poteva ucciderli senza commettere peccato mortale.
Ma parole alternative non ci sono: nelle lingue San non c’è un termine collettivo per indicare sé stessi. Si può solo dire che !Gubi e G/aq’o hanno la pelle chiara, gli occhi a mandorla e vivono di caccia e raccolta, mentre le popolazioni bantu intorno a loro hanno pelle scura e tipicamente coltivano la terra. Non conosciamo bene la storia delle migrazioni umane in Africa, ma ci sono pochi dubbi sul fatto che i bantu sono scesi dal nord qualche migliaio di anni fa, e si sono messi a dissodare le terre su cui gli antenati di !Gubi e G/aq’o avevano cacciato per molti millenni.
Comunque chiamiamo il loro popolo, !Gubi e G/aq’o hanno una caratteristica straordinariamente interessante: sono, a tutt’oggi, i due esseri umani geneticamente più diversi mai studiati. A livello di Dna, la differenza fra loro, che vivono a pochi chilometri di distanza, è più grande di quella fra qualsiasi altra coppia di persone, anche se scelte in due diversi continenti. Lo ha scoperto nel 2010 un gruppo di ricercatori diretto da Stephan Schuster, e lo conferma tutta una serie di studi su altre popolazioni, che ormai vengono pubblicati con cadenza settimanale.
Studiare il genoma di qualcuno significa leggere i 6 miliardi e passa nucleotidi del suo Dna e metterli nell’ordine giusto in modo da ricostruire la successione, cioè la sequenza, di questi nucleotidi nei 46 cromosomi. Un’operazione fino a qualche anno fa inconcepibile e che oggi costa meno di 5mila dollari: il progresso tecnologico è stato rapidissimo. Meno rapido, e anzi, piuttosto deludente, è stato il progresso nella comprensione di questi dati. Agli albori del Progetto Genoma Umano, negli anni Novanta, la speranza era quella di capire meglio (o addirittura capire perfettamente, come promettevano famosi premi Nobel) le basi di tutte le malattie e anche delle differenze individuali non patologiche: perché qualcuno è grasso e qualcuno è magro, perché a qualcuno l’aspirina fa bene e a qualcuno no. Si sottovalutava clamorosamente la complessità della materia. Si presumeva, ingenuamente, che ogni malattia sia colpa di uno o più geni che non funzionano, e il problema fosse solo scovarli. Oggi è chiaro invece che le interazioni fra geni, e con l’ambiente, sono in realtà complicatissime. Il solo colore della pelle dipende da almeno settanta geni diversi, che si influenzano a vicenda in maniera intricata, e il cui effetto cambia a seconda dell’esposizione ai raggi del sole. Insomma, del cancro, delle malattie cardiocircolatorie, e di quelle neurodegenerative, qualcosa abbiamo capito, ma moltissimo resta ancora da spiegare. In compenso, i costi della ricerca si sono abbassati fulmineamente, e oggi, se uno vuol togliersi la soddisfazione di sapere cosa c’è nel suo Dna, può farlo al prezzo di una Vespa Gts (soldi buttati via, a mio modesto parere, e non solo mio: ne ha parlato su questo giornale Lucio Luzzatto il 26 giugno).
Ma per capire l’evoluzione della nostra specie, la grande masse di dati prodotta in questo sforzo è una magnifica risorsa. Così oggi, grazie anche allo studio dei Dna di !Gubi e G/aq’o, si sono chiariti molti aspetti della vicenda che ha portato qualche migliaio di nostri antenati a colonizzare tutto il pianeta. Infatti, la grande differenza fra !Gubi e G/aq’o dimostra che nel sud dell’Africa c’è un campionario vastissimo della diversità genetica umana. Con una piccola esagerazione, si può dire che ogni pezzetto del nostro Dna o è tipicamente africano o è genericamente umano, cioè presente (a volte a frequenze alte, a volte in pochi individui) in tutto il mondo. E questo può solo voler dire che l’umanità si è diversificata in Africa, prima che un gruppo di africani trovasse modo di uscire dal continente e di espandersi nel resto del mondo. Adesso, confrontando con gli altri genomi i genomi di !Gubi e G/aq’o, si sta cercando di capire in che modo siamo riusciti ad adattarci alla vita in ambienti molto diversi. Ma soprattutto si cercano le tracce dei cambiamenti genetici che hanno accompagnato il passaggio da un’alimentazione scarsa alla grande disponibilità di calorie fornite dall’agricoltura. Se fra qualche anno saremo in grado di controllare meglio l’obesità, e di conseguenza il diabete e le malattie cardiocircolatorie, dovremo ringraziare !Gubi e G/aq’o per averci gentilmente fornito il loro Dna.