Sylvie Coyaud, Domenica-Il Sole 24 Ore 25/9/2011, 25 settembre 2011
RICERCA PER STOMACI FORTI
Al festival della scienza di Bergamo, il 1º ottobre interviene Barry Marshall, premio Nobel per la Medicina nel 1995 insieme a Robin Warren, entrambi australiani, per una scoperta fatta grazie a un metodo caduto in disuso, il quale richiede una breve premessa storica (i lettori di stomaco delicato saltino il primo paragrafo, per favore). L’auto-sperimentazione fu applicata per la prima volta con il dovuto rigore scientifico in Sicilia, da Giovanni Battista Grassi.
Durante un’autopsia, nell’intestino del defunto aveva trovato dei nematodi, insieme alle loro uova. Le coltivò in «escrementi umidi» mentre per nove mesi verificava quotidianamente che non ce ne fossero nei propri. Certo di non esserne infettato, il 20 luglio 1879 prelevò cento uova dalla coltura e le ingerì.
Verifiche uguali alle precedenti rivelarono che l’esperimento aveva avuto successo e il dottor Grassi si curò con un vermifugo vegetale. Il metodo venne migliorato dal professor Zschokke dell’Università di Basilea che reclutò i propri studenti, metà come gruppo di controllo.
Nello stesso periodo, all’Università di Torino Guido Bizzozzero identificava nello stomaco dei cani un batterio «a virgola», detto poi Campylobacter pyloridis. Come i vermi e le loro uova, per quasi cent’anni si pensò che provenisse da cibo avariato e fosse in transito: lo stomaco era ritenuto troppo acido per essere colonizzato.
Nel 1979, Barry Marshall aveva ventinove anni e si specializzava in gastroenterologia al Real Ospedale di Perth, nel quale affluivano pazienti con ulcere – ricorrenti – e tumori allo stomaco. In cento visite consecutive, contò 58 pazienti le cui lesioni coincidevano con la concentrazione dei batteri. Possibile che non ne fossero la causa?
Con Robin Warren, provò a farli riprodurre in vitro, ma dopo 48 ore il loro numero non cambiava. Stava per rinunciare quando un venerdì sera si dimenticò di buttar via le colture e al lunedì ne trovò il doppio. Nel 1984 ne aveva abbastanza da infettare 50 maialini.
Dopo settimane di endoscopie negative «diventavano sempre più belli e grassi», e purtroppo lo stabulario dell’ospedale era concepito per topi e ratti, al massimo conigli.
Frustrato anche dall’incredulità dei colleghi, ingerì una coltura. Si aspettava di sviluppare un’ulcera dopo qualche anno e la settimana dopo si alzava di notte per vomitare l’anima. Resistette un’altra settimana ai sintomi dell’evidente gastrite, ma come nel caso dei maialini l’endoscopia fu negativa. Sua moglie minacciò comunque di buttarlo fuori di casa, ci mancava solo che infettasse i quattro bambini. Marshall si somministrò antibiotici e sali di bismuto, guarì in pochi giorni e lo raccontò in un articolo del 1985.
L’auto-esperimento fu ripetuto due anni dopo da Andrea Morris, oggi professore all’Università della Pennsylvania, che ci mise due mesi a riprendersi. Nel frattempo un’analisi del Dna aveva classificato il patogeno in una famiglia a sé, l’Helicobacter, della quale si scoprono tuttora nuove specie. Lo scetticismo rimase prevalente negli Stati Uniti e in Australia. In Europa, invece decine di gastroenterologi – come Giovanni Gasbarrini e Dino Vaira all’Università di Bologna – sperimentarono subito la nuova terapia. Marshall riuscì finalmente a «infettare il gerbillo della Mongolia», e a verificare l’efficacia di test diagnostici meno invasivi dell’endoscopia.
Ormai i test sono parecchi, e dove sono diffusi l’incidenza di ulcere e tumori è notevolmente calata. In compenso, «le pubblicazioni scientifiche sono passate da una media annua di 200 negli anni Novanta a oltre 1.500», ha scritto Johannes Kusters della clinica universitaria Erasmus di Amsterdam, sulla «Clinical Microbiology Review».
Infatti «l’Helicobacter è uno dei patogeni di maggior successo nella specie umana, in alcuni Paesi in via di sviluppo infetta l’80% della popolazione, in quelli sviluppati il 40 per cento».
Oltretutto non è l’unico a causare danni nello stomaco, e le ricerche di Barry Marshall hanno consentito di identificare altri patogeni che l’acidità non scoraggia affatto.
Si userebbe di nuovo come cavia? «Me lo chiedono spesso. Se ci fosse una buona domanda scientifica alla quale potrei rispondere solo così, perché no? Ma oggi mi pare più efficace invitare altri a partecipare all’esperimento e osservare il processo dall’esterno».
Se lo volesse fare un giovane del suo laboratorio, proverebbe a dissuaderlo. «Però mi chiedono spesso di arruolarli tra i volontari». E come risponde? «Che è vietato ed è giusto così. È troppo difficile somministrare qualcosa in doppio cieco a colleghi dello stesso laboratorio e rischia di essere un modo per esercitare una pressione indebita sui giovani. Infine quando l’osservatore e l’osservato sono la stessa persona, potrebbe diventare irresistibile la tentazione di modificare i risultati».
Comunque ha rilanciato gli auto-esperimenti, sebbene rifiuti di attribuirsene il merito. Nel 2004, per esempio, in una ferita che si era fatta all’avambraccio, David Pritchard inseriva nematodi di cui saggiare le proprietà immunitarie contro l’asma e la febbre da fieno; l’anno dopo Bart Knols e Ruurd de Jong smettevano di lavarsi i piedi che, in Kenya, esponevano alle zanzare portatrici della malaria per vedere se erano maggiormente attratte da un odore replicabile in apposite trappole.
Avevano ricevuto solo un premio IgNobel «per la scienza che fa prima ridere e poi pensare» quando, nel luglio scorso, la Fondazione Gates ha dato 775mila dollari a Knols e a un collega kenyota per testare ulteriormente la trappola e progettarne una che costi poco.