Giuseppe Antonelli, Domenica-Il Sole 24 Ore 25/9/2011, 25 settembre 2011
GIORNATA CON LE VIRGOLE
Ieri in Cambogia si è festeggiato il giorno della costituzione, in Guinea-Bissau il giorno dell’indipendenza, a Trinidad e Tobago quello della repubblica e in Perù quello delle forze armate; negli Stati Uniti – per l’ottava volta – il National Punctuation Day: la giornata nazionale della punteggiatura. Inventata da tale Jeff Rubin (già curatore delle newsletter di oltre 1.800 aziende, ci dice la sua biografia), la ricorrenza meriterebbe senz’altro di essere importata in Italia. Anzi: rispettando l’indicazione legislativa di posticipare alla domenica le feste non concordatarie, si potrebbe cominciare a celebrarla proprio da oggi. Al netto del riferimento nazionale – ma al lordo, ormai inevitabile, della dicitura anglicizzante –, ne verrebbe fuori un bel P-Day, che andrebbe a impinguare la già folta serie dei vari X-day e No X-Day con un evento potenzialmente bipartisan (non fosse per il nome, che ricorda un po’ troppo quello di un partito; senza contare che la P potrebbe essere presa per l’iniziale di Padania).
Gli americani, col consueto pizzico di nazionalismo, si mostrano molto orgogliosi delle loro abitudini interpuntorie. Recensendo nel «New Yorker» il fortunatissimo libro sulla punteggiatura scritto dall’inglese Lynne Truss (Eats, Shoots & Leaves, tradotto in italiano come Virgole per caso, Piemme), il premio Pulitzer Louis Menand scriveva: «Un inglese che faccia lezioni sui punti e virgola agli americani è un po’ come un americano che tenga a un francese una lezione sulle salse». E allora cosa dovremmo dire noi, che quel punto e virgola lì lo abbiamo inventato? Era il lontano febbraio 1496 (1495 secondo il calendario veneto), quando nella tipografia veneziana di Aldo Manuzio veniva pubblicata un’opera del giovane umanista Pietro Bembo, il dialogo De Aetna, in cui apparivano per la prima volta in un testo stampato in caratteri latini il punto e virgola, la virgola di forma moderna e l’apostrofo e venivano usati in maniera innovativa gli accenti, creando un modello che si sarebbe via via diffuso nelle varie lingue europee.
Certo, non si può dire che oggi gli italiani usino la punteggiatura con la stessa consapevolezza. A proposito di salse, già Gadda lamentava – in certa scrittura letteraria – «una vaga disseminazione di virgole e di punti e virgola, buttati a caso, qua e là, dove vanno vanno, come capperi nella salsa tartara». E proprio il punto e virgola risulta – negli ultimi decenni – il segno più trascurato. Segno misto e dunque ibrido per natura («i due segni duramente affrontati, immoti, gli occhi negli occhi, come due pistoleri western», scriveva Manganelli), il punto e virgola risente anche da noi del crescente discredito internazionale. In una guida pubblicata da poco in America, se ne sconsiglia l’uso negli approcci telematici: darebbe un’idea di studiato e artefatto, come truccarsi prima di andare in palestra. In effetti, provate a cercarlo nel T9 del vostro telefonino: lo troverete solo dopo aver passato in rassegna una lunga serie di altri segni, tra cui anche il trattino alto e basso, le parentesi, la chiocciola, lo slash...
Quale successo può avere, d’altra parte, un raziocinante segno intermedio in un’epoca dominata dall’estremismo interpuntorio e dalla punteggiatura espressiva? Il primo atteggiamento, come spiega Bice Garavelli Mortara nel suo Prontuario di punteggiatura (Laterza), deriva dalla concezione ingenua della punteggiatura che viene tramandata ancora oggi dall’insegnamento scolastico. Quella per cui l’interpunzione servirebbe a riprodurre le pause del parlato e non – come invece è – a segnalare i legami tra le varie parti di un testo. Se la questione è solo riprendere fiato, allora bastano e avanzano la pausa forte segnalata dal punto e quella debole segnalata dalla virgola. Tanto più che, nota Simone Fornara (La punteggiatura, Carocci), nella scuola continua a perpetuarsi l’idea – falsa anche questa – per cui la punteggiatura non avrebbe vere regole, ma sarebbe affidata più che altro al gusto (o appunto all’orecchio).
Il secondo fenomeno era già segnalato dal Rigutini alla fine dell’Ottocento: «dirò finalmente che l’uso dei puntolini... (all’epoca se ne usavano quattro), dove non ci sia reticenza, e che tanto piacciono oggi a certuni, fino da metter nelle pagine più puntolini che idee; come anche il ripetere due o tre volte il punto ammirativo!!!, talora seguito da due o più punti interrogativi !!!???; sono novità moderne da non raccomandarsi». Oggi questi e altri usi interpuntori enfatici sono addirittura dilaganti: conseguenza dell’onnipresente pseudoparlato che ha invaso tutti i tipi di scrittura, ma anche – si direbbe – del giovanilismo cronico della civiltà della comunicazione («il punto esclamativo è come il punto d’onore: se ne abusa finché si è giovani; ma poi il punto interrogativo sembra più opportuno», Jacques Dyssord). Se Cechov poteva immaginare un personaggio come Jefim Fomic Parekladin, segretario di collegio, che in quarant’anni non aveva mai usato un punto esclamativo, oggi risulterebbe più verosimile un racconto su un personaggio che a quarant’anni ha usato solo il punto esclamativo e i puntini di sospensione (ad apparirgli negli incubi sarebbe piuttosto il punto e virgola ;-).
E all’interpunzione espressiva vanno ricondotte ovviamente anche le emoticon, le faccine che nei messaggi telematici (sms, chat, e-mail, post dei social network) integrano o sostituiscono la punteggiatura tradizionale, cercando di rendere iconicamente le emozioni di chi scrive. La prima, si dice, fu usata dal giovane informatico americano Scott Fahlman il 19 settembre 1982 (fanno da poco ventinove anni): era – neanche a dirlo – una faccina sorridente, che riproduceva lo smile creato nel 1963 da Harvey Ball. Anche lo smile, come la punteggiatura, ha una sua ricorrenza: il World Smile Day, che si celebra dal 1999 il primo di venerdì di ottobre. Abbiamo una festa anche per domenica prossima.