Renata Pisu, la Repubblica 25/9/2011, 25 settembre 2011
Hokusai è famoso per la Grande onda, la terrificante forma assunta dall´acqua marina colta nel momento in cui si inalbera per abbattersi sulla terra come gli artigli spumeggianti di una tigre
Hokusai è famoso per la Grande onda, la terrificante forma assunta dall´acqua marina colta nel momento in cui si inalbera per abbattersi sulla terra come gli artigli spumeggianti di una tigre. L´immagine del suo capolavoro è stata riproposta centinaia e centinaia di volte di recente, quando lo tsunami ha sconvolto le coste del Giappone, e quella sua muraglia di acqua è diventata il simbolo della catastrofe conferendole una valenza estetica esaltata dal comportamento composto, quasi ritualizzato nel rispetto della forma, della popolazione ferita a morte. Ma Hokusai, il «vecchio pazzo per la pittura», come si definiva egli stesso, è famoso anche per aver coniato il termine manga, oggi universalmente noto per designare i fumetti giapponesi, storie raccontate con disegni. I manga di Hokusai, "schizzi o disegni spontanei" questa la non facile traduzione del termine giapponese, costituiscono un´imponente raccolta di oltre quattromila motivi in cui l´artista ha immortalato guerrieri, lottatori, artigiani, contadini, attori, cortigiane, pescatori, animali di ogni specie, fiori e piante, quasi un´enciclopedia visiva del Giappone a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo. Quasi il film di un´epoca, potremmo dire, per la vivezza delle forme che sono colte nell´atto del movimento, una caratteristica che ha reso Hokusai maestro e non soltanto di pittori giapponesi ma di Monet, Degas, Toulouse-Lautrec, Van Gogh, Gauguin, tanto per fare alcuni dei più celebri nomi di maestri dell´Impressionismo che a Hokusai direttamente si richiamarono, a dimostrazione di quanto il mondo fosse già globale. Per Degas, «Hokusai è un´isola, un continente, un mondo a sé» e per il suo magnifico dipinto Ballerine agli esercizi si ispirò alla Danza del servo, uno degli schizzi del terzo volume dei manga del grande pittore giapponese che si era spento già da mezzo secolo, nel 1849, in povertà, perché considerato «rozzo e ignorante», non compreso dai suoi conterranei perché troppo anticonformista, troppo originale. E originale lo era davvero, al punto che un giorno inscenò una performance dipingendo con una scopa di canne una superficie di circa duecento metri quadri ottenuta congiungendo vari fogli di carta che poi issò uno ad uno su di una intelaiatura e apparve il volto del patriarca Daruma. Ancora, osò esibirsi alla corte dello Shogun versando colore blu su di una lunga striscia di carta di riso, poi tirò fuori da un cesto un gallo, gli intinse le zampe nella vernice rossa, lo fece andare su e giù per la carta: sul foglio si materializzò il disegno di un fiume che trasportava foglie rosse di acero. Più che scandalo queste sue esibizioni destavano stupore, come se si fosse trattato dell´abilità di un giocoliere ma Hokusai, nato nel 1760 da una povera famiglia, di scuola ne aveva già fatta molta quando passò alle stravaganze artistiche. A sei anni già disegnava, a sedici era entrato come ragazzo di bottega nella scuola del famoso maestro Shunso, il più stimato artista di ukiyo-e, ossia del "mondo fluttuante", come veniva chiamata la varia umanità gaudente che a Edo, l´attuale Tokyo, sperperava ricchezze nei quartieri del piacere, si appassionava alle opere del teatro Kabuki e alle belle cortigiane di Yoshiwara, rinnegando l´austerità dei nobili e dei samurai. Intorno a questo mondo di trasgressione si sviluppò un movimento artistico che si esprimeva con stampe a colori vivaci, a basso costo, che ritraevano attori o belle donne di facili costumi, oppure scene di romanzi popolari, e Hokusai ben presto superò il maestro in questo genere. Abbandonò la bottega di Shunso, lavorò presso un altro maestro, poi un altro ancora, un lungo peregrinare di bottega in bottega e, alla fine, si decise a mettersi in proprio per affermare la sua indipendenza creativa. Il suo studio era sporco, trattava male i visitatori, viveva in semipovertà, disegnava, ispirato da tutto ciò che vedeva, la campagna, gli alberi, le rive del mare, i mutamenti delle stagioni, il monte Fuji, al quale dedica le sue celeberrime Trentasei vedute (è qui che immortala la Grande onda con la montagna piccola sullo sfondo). Nel 1817 pubblica il primo volume dei manga, al quale ne seguiranno altri quattordici, ed è questo il vero riassunto della sua attività: tutto quello che gli piace è reso con una forma rapida ed essenziale. L´osservazione e la fantasia si mescolano: lottatori, guerrieri, acrobati, artigiani con i loro attrezzi, uomini e donne, paesaggi e divinità. Nella prefazione a uno dei volumi, Hokusai scriveva: «Io mi accorgo che i miei animali, i miei insetti, i miei personaggi vogliono fuggire dalle pagine. Questo non è straordinario? Fortunatamente l´incisore Ko Izumi, abilissimo nello scavare il legno con il suo coltello ben aguzzato, si è assunto il compito di recidere le vene e i nervi degli esseri che ho disegnato e ha potuto togliere ad essi la libertà di fuggire». Per ottenere il movimento, cioè la vita, Hokusai si vale del procedimento artistico che fa dei movimenti una sintesi per la quale dai momenti successivi di immobilità disordinata che assume un corpo quando compie un gesto (come quelli fissati in sequenza da una foto) si ricavano le libere armonie che suggeriscono lo scopo del movimento stesso. Il maestro, il vecchio pazzo per la pittura morì a ottantanove anni senza aver mai smesso di dipingere neanche un solo giorno. A settantacinque anni aveva scritto: «Dall´età di sei anni avevo la mania di disegnare la forma degli oggetti. Verso i cinquant´anni avevo fatto un´infinità di disegni, ma tutto quello che feci prima del mio settantesimo compleanno non merita di essere considerato. A settantatré anni capii in modo approssimato la vera struttura degli animali, delle erbe, delle piante, degli uccelli, dei pesci e degli insetti. Così a ottant´anni potrò fare altri progressi e a novanta penetrerò il mistero delle cose». Ci era andato molto ma molto vicino, gli mancava soltanto un anno, e forse, senza accorgersene, quel mistero lo aveva già penetrato.