Maurizio Lupo, La Stampa 25/9/2011, 25 settembre 2011
Fu Alessandro Manzoni a suggerire al neonato Regno d’Italia di parlare «fiorentino» per «fare gli italiani»
Fu Alessandro Manzoni a suggerire al neonato Regno d’Italia di parlare «fiorentino» per «fare gli italiani». Lo prova un suo manoscritto autografo, rintracciato alla Biblioteca Reale di Torino, di cui gli esperti avevano perso le tracce. Lo scrisse nel 1868, su incarico del ministro della Pubblica Istruzione Emilio Broglio. È ritenuto un cimelio fondamentale per la storia della lingua italiana. L’autore dei Promessi sposi , che già aveva sciacquato i panni in Arno, era stato chiamato a presiedere una commissione incaricata di indicare «i modi per diffondere in ogni ordine di popolo» una lingua nazionale italiana. Manzoni scrisse di getto la relazione, con la quale affermava che l’unico modo per dare una lingua italiana al Paese era «adottare il fiorentino», l’idioma di Dante e Petrarca. Allora era parlato per lo più dalle classi dotte. Non più del 2-10 per cento della popolazione lo utilizzava, anche se diversi Stati pre-unitari, Piemonte sabaudo compreso, già da secoli l’avevano adottato per affrancare dal latino i testi giuridici e legislativi. Si trattava di farlo diventare lingua universale di tutti i cittadini del Regno d’Italia da poco costituito. Il documento sarà esposto da giovedì prossimo fino al 29 ottobre all’Archivio Storico di Torino. L’occasione è offerta dalla mostra «L’Italiano in viaggio, dall’Unità a oggi», allestita a cura di Mauro Piccat per celebrare l’80˚ Congresso Internazionale della «Società Dante Alighieri». Il sodalizio, fondato nel 1889 da Giosuè Carducci per tutelare e diffondere l’italiano nel mondo, opera con 90 comitati in Italia e altri 416 all’estero. Quest’anno ha scelto Torino, prima Capitale d’Italia, per convocare 250 delegati, provenienti da 77 paesi. Si riuniranno dal 30 settembre al 2 ottobre al Centro congressi dell’Unione Industriale, dove spiegheranno come la lingua italiana si è affermata ed è mutata negli ultimi 150 anni. L’incontro, organizzato da Alberto Bersani, offrirà la migliore ribalta internazionale per annunciare il ritrovamento dell’autografo manzoniano. Non è tornato alla luce in questi giorni. La sua restituzione alla storia è frutto di una lunga vicenda, finora custodita con riserbo. L’ha ricostruita Giovanna Giacobello Bernard, per 21 anni direttrice della Biblioteca Reale, ora in pensione. Chiamata all’incarico nel 1985, trova in Biblioteca, sulla sua scrivania, un cofanetto. È nero, d’ebano, guarnito di mascheroni e fregi di bronzo dorato, con il coperchio ornato da mazzi di fiori in alabastro fiorentino. È un capolavoro dell’«Opificio delle Alessandro Manzoni, qui nel celebre ritratto di Francesco Hayez, nacque il 7 marzo 1785 a Milano, dove morì il 22 maggio 1873. Nel 1827, in vista della stesura finale dei Promessi sposi (che sarebbe uscito nel 1840), si trasferì a Firenze per impratichirsi nell’italiano fiorentino. In alto il frontespizio dell’autografo riemerso alla Biblioteca Reale di Torino, nel fondo «Manoscritti Varia». In basso il prezioso cofanetto che conteneva il documento quando venne donato al futuro re Umberto I: nella stessa biblioteca torinese era stato sistemato tra gli oggetti storici Pietre dure» di Firenze. Su una fascia reca incisa in lettere d’oro la scritta: «Alessandro Manzoni». Incuriosisce la studiosa, che apre l’urna e la trova vuota. Ma non si rassegna. Bernard avvia un’indagine e scopre che il cofanetto fu commissionato dal ministro Broglio, per donarlo con l’autografo di Manzoni a Margherita di Savoia e al principe ereditario Umberto I, nel giorno delle loro nozze, celebrate a Torino il 28 aprile 1868. La coppia lo conserverà alla Villa Reale di Monza, finché salirà al trono nel 1878. Quindi lo affiderà il 29 agosto 1889 alla Biblioteca Reale. Qui, nel 1972, il direttore dell’epoca, Giuseppe Dondi, deciderà di dividere il cofanetto dall’autografo. Lo collocherà nel fondo «Manoscritti Varia», con il numero 30 di protocollo. Mentre sistemerà il cofanetto fra gli oggetti storici. Ricostruita la vicenda, Bernard comunica nel 2000 la scoperta al professor Angelo Stella, uno dei curatori dell’edizione nazionale dell’opera di Manzoni, che ne prende atto. Con discrezione sono poi interpellati esperti per verificare l’autenticità dell’autografo. Confermano che è vero. Confortata dal parere, Bernard nel 2001 espone cofanetto e contenuto nel caveau della Biblioteca, a disposizione di uno scelto pubblico che visita i beni appartenuti alla Regina Margherita. Ma nessuno enfatizza la presenza dei due cimeli. È il professor Claudio Marazzini, linguista presente al convegno, che valuta l’estrema importanza del ritrovamento e propone di annunciarne l’esistenza in un’occasione speciale, come quella dei 150 anni d’unità italiana. Il momento è giunto. La Dante Alighieri diffonderà la notizia. Apposta ha curato una riproduzione anastatica dell’autografo, edita in cento esemplari, che saranno donati alla massime istituzioni. Mentre cinquecento altre copie a stampa saranno affidate ai congressisti giunti a Torino. Diranno al mondo che nel 1868 fu Manzoni a scegliere Dante e Petrarca come maestri di tutti gli italiani.