Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  settembre 25 Domenica calendario

Quanto posso puntare? «Quello che desidera, signore». Tre, trenta, trecentomila dollari? «Per le somme più alte deve aprire un conto»

Quanto posso puntare? «Quello che desidera, signore». Tre, trenta, trecentomila dollari? «Per le somme più alte deve aprire un conto». È questa l’unica formalità per entrare nel paradiso delle scommesse, la Singapore Pools, agenzia asiatica a cui si rivolgevano Beppe Signori e gli altri protagonisti del calcioscommesse. Qui, nell’Estremo Oriente che non sente crisi, lo Stato garantisce commissioni del 2% invece che del 10 (come in Italia), nessuna tracciabilità dei flussi di denaro, nessuna indagine quando su una partita, tipo InterLecce dello scorso campionato, si scatena un diluvio di giocate. I requisiti per diventare cliente «Platinum» sono spiegati in un volantino: versamento minimo di tremila dollari («Che continuano a fruttare interessi») e un indirizzo postale a Singapore («Se non l’avete, contattateci»). Poi il gioco può cominciare anche via Internet: identificatore, password, scelta dell’evento sportivo, puntata. I soldi scorrono, dal conto all’agenzia, e in caso di vittoria, tornano indietro moltiplicati. Senza limiti. Lo stesso pieghevole che invita a diventare clienti Vip consiglia di non esagerare: in un grafico le uscite per le scommesse sono rappresentate da una sottilissima fetta dello stipendio, un quinto di quello che si presume una persona spenda per andare al cinema. Già, ma intanto per accedere alla sala bisogna scommettere l’equivalente di una trentina di euro. Singapore Pools ha 400 negozi sparsi per la città-Stato. Il principale è al numero 1 della centrale Selegie Road. L’ingresso sembra quello di un museo di scienze: un tunnel illuminato di azzurro che sfocia in una sala satura di schermi. L’illusione di trovarsi in luogo ricco di cultura dura pochi secondi: all’interno stazionano 50 persone gli occhi puntati su YokohamaVegalta Sendai, campionato di calcio giapponese. Fanno il tifo per i loro soldi. Appeso al muro un defibrillatore, nel caso l’adrenalinaaggredisca il cuore. «Da noi le scommesse illegali non hanno ragione di esistere» spiega Ruud, un dipendente dell’agenzia. Indossa una maglietta del Barcellona, «ma - giura - sono un fan del Liverpool». È anche lui un simbolo di questo melting pot di sport e campionati, che spazia dalla Formula 1 al calcio. Tra le puntate del giorno, oltre a tornei in ogni parte del mondo, c’è Bologna-Inter. «Non ha senso affidarsi a bookmaker non autorizzati aggiunge - scapperebbero con i soldi». A pochi metri dall’agenzia si trova la sede legale della Singapore Pools Ltd. Vetrate scure, l’aria di una banca d’affari finita chissà come in un centro commerciale. Gli uffici occupano i piani dal settimo al nono, accesso riservato a persone autorizzate. Al piano terra, dietro una porta chiusa a chiave, si nasconde una «Vip room». Beppe Signori, l’ex campione che scommetteva compulsivamente, qui non è mai entrato. Né lui né probabilmente Gigi Sartor, il suo contatto a Singapore. «Esiste una fitta rete di broker che fanno da intermediari per le giocate più grosse, garantendo l’anonimato», sostiene Agipro, un’agenzia italiana di scommesse. In caso di vincita, attraverso banche compiacenti (nella maggior parte dei casi in Paesi dell’Est europeo) il denaro torna al giocatore in forma liquida: mazzette di banconote dentro una valigetta. Gli asiatici non sono più generosi: semplicemente lavorano all’ingrosso, accontentandosi di un margine minore in cambio di enormi volumi d’affari. E nel rispetto più assoluto della privacy. «Singapore Pools si impegna a proteggere la riservatezza dei clienti e dei loro dati personali», promette la pubblicità. Signori è stato scoperto solo attraverso intercettazioni telefoniche in Italia. Sul famoso incontro Inter-Lecce aveva piazzato 150 mila euro. E li aveva persi, come altri del giro che credevano in una combine. Sapevate che qualcuno ha tentato di truffarvi dall’Italia «aggiustando» il risultato di un incontro? E poi ci ha puntato su un milione di dollari? Ruud scuote la testa: «No, non lo sapevamo. Comunque un tetto massimo alle giocate complessive esiste, altrimenti rischieremmo la bancarotta». Sorride. E ricorda l’unica regola universale del gioco: il banco vince sempre.