Aldo Cazzullo, Corriere della Sera 25/9/2011, 25 settembre 2011
«RAGAZZI, NON CREDETE MAI AI BOSS»
«Ci sono molte cose che non rifarei. Ma, più di ogni altra, cancellerei il momento in cui ho voluto diventare un boss. Comandavo circa trecento persone. Posso assicuravi che l’unico che ha veramente guadagnato soldi sono stato io. Tutti gli altri, compresi "bracci destri e sinistri", dopo aver patito dieci, quindici anni di galera, oggi sono senza una lira, vecchi, distrutti e disperati. Vorrei dire ai ragazzi del Sud di non credere a una sola parola dei boss, di non prestare fede ai codici d’onore, di non cadere nella trappola...». Parola di Felice Maniero. Il capo della «mafia del Brenta» oggi vive con un altro nome, in una località imprecisata. Fa l’imprenditore. «Lavoro molto, torno a casa tutte le sere alle nove». Vent’anni fa, Maniero ordinò il furto della lingua di Sant’Antonio, per avviare una trattativa con lo Stato e ottenere la scarcerazione di suo cugino. Lo scambio fu fatto. Due anni dopo, la mafia adottava la stessa strategia. Con le bombe.
Ora Maniero ha deciso di parlare. Per la prima volta su questa vicenda, almeno a un giornalista. Arrestato, raccontò tutto ai magistrati, condannando il suo piccolo esercito. L’ha scovato Nicoletta Masetto, inviata del Messaggero di Sant’Antonio, il mensile da un milione di copie diretto da padre Ugo Sartorio e Sabina Fadel, che dedica un numero monografico — di cui il Corriere ha potuto vedere le bozze — al furto della reliquia del santo. Una vicenda che rivive nelle parole del mandante.
Dice Maniero di aver deciso di non tacere più per «riparare, anche solo per una miliardesima parte, al dispiacere che ho provocato ai fedeli». L’idea del furto fu sua: «Avevo un grave problema da risolvere. Mio cugino Giuliano era stato appena arrestato, rischiava almeno dieci anni di carcere e io dovevo farlo uscire di lì, in qualsiasi modo. Avevo pensato di tutto: farlo evadere, andare a liberarlo, rubare qualcosa di eclatante per poi effettuare lo scambio, corrompere qualche magistrato. Dovevo decidere in fretta. Un giorno, mentre chiacchieravo con Giuseppe Pastore, un mio fedelissimo, lui mi disse: "Feli, il Santo a Padova!". Mi brillarono subito gli occhi. Era una delle rarissime reliquie, venerata dal mondo intero, con cui avrei potuto chiedere lo scambio. Senza indugi chiamai un altro mio cugino, Giulio, e altri del gruppo: Andrea Batacchi, Stefano Galletto e Andrea Zammattio. In pochi giorni organizzai la rapina che venne messa a segno. Ottenni quello che mi ero prefissato. Dopo la consegna della reliquia, Giuliano venne scarcerato».
Lo Stato cede. E, come «prova di buona volontà», allenta la sorveglianza speciale cui è sottoposto Maniero. Il boss ottiene il permesso di lasciare Campolongo Maggiore, il paese dov’è confinato, «per motivi di lavoro». L’accordo prevede che la sorveglianza sia revocata in via definitiva. Ma, una volta restituita la reliquia, lo Stato si tira indietro. La sorveglianza speciale resta. Le istituzioni dicono no. Oppure, secondo la versione del boss, si rivelano più inaffidabili ancora di lui.
Qualcosa però era andato storto, quel 10 ottobre 1991, il giorno del furto. «Io avevo ordinato di prendere la lingua di Sant’Antonio, molto più "sostanziale" per lo scambio». Proprio come nel film con Antonio Albanese e Fabrizio Bentivoglio. «Invece, quegli zucconi dei miei uomini mi arrivarono con il mento. A loro non dissi nulla. Dentro di me, però, feci questo pensiero: per prendere la reliquia sbagliata, di sicuro devono aver ritenuto, come tutti noi, che la lingua fosse dentro la bocca. Negli intenti, e poi nei fatti, quell’azione ebbe il risalto e l’eco voluti». Nessuna esitazione? «Nessuna. Nessun rispetto per il Santo e per i fedeli. Quando si è dall’altra parte, la parola "rispetto" è sconosciuta. Eppure tutti i miei familiari, parenti compresi, sono cattolici praticanti. Io non sono credente, anche se ora sono spesso ospite di un convento di francescani. Già allora ero un appassionato d’arte. Avevo visitato la basilica almeno tre, quattro volte. Non con cattive intenzioni, sia chiaro, ma solo per godermi le sue bellezze architettoniche e artistiche. Quando Pastore pronunciò la fatidica frase, la mia mente aveva già elaborato tutto, conclusione compresa». Ma come venne trattata la reliquia? «Appena rubata, fu portata in uno dei nostri covi. Nel frattempo si vociferava del suo valore. Mi giungevano voci del tipo: "Il reliquiario è tutto incastonato di pietre preziose, chissà quanto varrà". Allora chiamai mio cugino Giulio e andammo a prenderla per metterla subito al sicuro. La impacchettammo perfettamente, al riparo da qualsiasi infiltrazione d’umidità e la seppellimmo lungo l’argine del Brenta. Dove rimase tutto il tempo, fino al momento della riconsegna. Un fatto è certo: nel caso non avessi ottenuto quello che chiedevo, la reliquia sarebbe stata riconsegnata ai frati. Non l’avrei mai venduta per portarmi a casa un bel po’ di soldi. Non era quello il mio obiettivo».
Due anni dopo, i corleonesi facevano esplodere bombe a Firenze e a Roma, e con ogni probabilità lo Stato iniziò una nuova, più complessa trattativa. Racconta Maniero che, «per quanto riguardava me, ricattare lo Stato e ottenere ciò che chiedevo era a dir poco eccitante. In ogni caso, ero lontano anni luce, anche solo nell’intenzione, dal fare del male a chicchessia. In quel momento era l’unica soluzione per ottenere favori concreti. Diventando confidente — Maniero tiene alla distinzione tra confidente e collaboratore di giustizia, quale si considera —, peraltro cosa impensabile per me, avrei potuto certamente ottenere favori, ma non credo che avrebbero concesso la scarcerazione di una persona che rischiava non uno ma dieci anni di detenzione». Fu tentata anche una trattativa «privata»: «Alcuni giorni dopo il furto della Reliquia vennero a casa mia un primario dell’ospedale di Padova, a cui mi legava un rapporto di amicizia, e il fratello di un avvocato, con cui avevo avuto rapporti esclusivamente professionali. Non ho mai fatto i loro nomi e mai li farò, perché il loro interesse era unicamente quello di salvaguardare la reliquia e farla tornare al suo posto. Entrambi erano in stretto contatto con i frati della basilica, ovviamente preoccupatissimi. Mi hanno chiesto di fare tutto ciò che era possibile per salvaguardarla. Li ho tranquillizzati dicendo che era tutto sotto controllo. Il mento del Santo si trovava al sicuro sotto l’argine del Brenta. Seppero il giorno dopo che l’avevo consegnato alle forze dell’ordine».
C’è una cosa ancora che Maniero vuole dire, soprattutto ai giovani del Sud: «Ragazzi, non credete ai miti costruiti dalle cronache nere o celebrati nei vostri quartieri. Non esiste per niente il tanto decantato "codice d’onore" che vogliono inculcarvi. È solo un imbroglio per farvi cadere in una trappola da cui non uscirete più. Finirete per essere solo dei burattini nelle mani dei boss, utilizzati unicamente per i loro personali tornaconti. E in più, statene certi, non diventerete mai e poi mai ricchi! Il 95 per cento dei detenuti in Italia, oltre a non potersi acquistare nemmeno un dentifricio, ha gettato le proprie mogli e i propri figli nella disperazione più totale. E anche voi giovanissimi, che non avete ancora famiglia, sarete destinati a distruggervi la vita e a diventare causa di dolore infinito. Pensate sempre a chi vi ama: che ne sarà di loro? Questa è la cruda realtà. E sappiate che un giorno, molto probabilmente, uno del clan, che magari riterrete vostro grande amico, con una scusa qualsiasi vi accompagnerà in una trappola dove verrete uccisi a tradimento, se non torturati prima. E sapete per cosa? Solo per intrighi tra boss, per denaro, addirittura per antipatia o per altri futili motivi. E non perché avete disobbedito, non avete rispettato le regole o tradito. Chi, invece, lo fa, rarissimamente viene eliminato, diventa infame ed escluso dal clan. Altro che onore, giuramenti, fratellanze! Sono dei vigliacchi, spietati solo con chi ha giurato loro fedeltà».
Aldo Cazzullo