Alberto Negri, Il Sole 24/9/2011, 24 settembre 2011
UN’OCCASIONE PERSA PER USA E PAKISTAN
La fine di bin Laden ad Abbottabad poteva rappresentare per il Pakistan una grande occasione. Questo speravano gli Stati Uniti che negli anni 80 avevano fatto di questo Paese la base avanzata della lotta antisovietica e incoraggiato indirettamente il regime del generale Zia ul Haq a trasformarlo in un terreno fertile per l’estremismo.
L’uccisione del capo di al-Qaeda aveva messo a nudo a maggio le fratture interne alle forze di sicurezza. Da una parte l’esercito, costretto a combattere, con perdite pesanti, neo-talebani e guerriglieri. È facile dimenticare che se il Pakistan è la base dei radicali islamici è anche una delle principali vittime del terrorismo. Sull’altro fronte, con la maglia della stessa squadra che dovrebbe contrastare gli attacchi, ci sono i servizi segreti dell’Isi, o almeno una parte, che gioca un’altra partita: quella del sostegno ai jihadisti.
Questo è il nodo della questione denominata "Af-Pak". Il Pakistan è profondamente lacerato tra l’obbligo di battersi contro il terrore e la necessità di tenere conto di una storia che in trent’anni ha trasformato la Terra dei Puri in un laboratorio istituzionale di destabilizzazione.
Le ragioni storiche sono importanti per capire come cambiare direzione. Il Pakistan è così perché nasce nel 1947 dalla partizione dell’India tra musulmani e indù ai quali gli inglesi assegnarono il Kashmir. Per risarcimento, al nuovo Stato musulmano fu annesso il Bengala, l’attuale Bangladesh, staccatosi nel ’71. Fu così che l’Afghanistan, con l’occupazione sovietica del ’79, diventò progressivamente parte del Pakistan, della sua "profondità strategica": un territorio che compensa il Kashmir. La faccenda è complicata dal fatto che nel Nord del Pakistan la popolazione è pashtun, la stessa etnia maggioritaria in Afghanistan. I pashtun sentono di appartenere una sorta di nazione comune, il Pashtunistan. La stessa frontiera con l’Afghanistan, tracciata dall’ufficiale britannico Durand, non è mai stata riconosciuta da nessun Governo di Kabul, neppure dal Mullah Omar alleato dei pakistani.
Chiunque comandi a Kabul, che non sia filo-pakistano, è un problema o addirittura un nemico. Ecco perché più si delinea un Afghanistan indipendente e maggiori sono le probabilità di attentati. Per questo gli americani hanno fatto dell’Af-Pak il poligono di tiro della guerra dei droni. Ma è anche il motivo per cui gli Usa difficilmente potranno ritirarsi nel 2014. Lasciare i confini in mano agli afghani significa riconsegnare il Paese al Pakistan.
Cosa dovrebbero fare? Washington ha accusato i pakistani di essere coinvolti negli attentati a Kabul attribuiti al capo guerrigliero afghano Jalaluddin Haqqani. Sono rimostranze fondate. Ma che ha fatto Washington per portare Islamabad dalla sua parte? Si continua a ripetere l’importanza degli aiuti Usa ma essi sono ben poca cosa se confrontati con il trattamento riservato all’India.
Al momento dell’uccisione di Bin Laden ai pakistani è rimasto impresso il volto di Obama e della Clinton mentre fissavano sullo schermo l’irruzione nel covo. Gli occidentali tendono a trascurare le reazioni quando mettono piede in casa altrui. Benché la maggioranza di pakistani non amasse Osama, non poteva ignorare che il loro Governo in quel momento non fosse neppure tra gli spettatori di seconda fila. E Governi mortificati come fantocci non possono aiutare a cambiare la storia.