Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  settembre 24 Sabato calendario

Pallinato Grecia

“Prima, era quasi una bestemmia. Ma ora la parola «default», insolvenza, fallimento, bancarotta per 353 miliardi di euro, è diventata un’ipotesi concreta per la Grecia. Concreta, e indicata o «non esclusa» dalle fonti più autorevoli: dalla Banca centrale europea al Fondo monetario internazionale, ad alcuni governanti europei”. [1] È stato Klaas Knot, governatore della Banca centrale olandese, il primo membro del consiglio della Bce a parlare della possibilità del fallimento di Atene. L’insolvenza, ha detto Knot venerdì a un quotidiano olandese, “è uno degli scenari. Non dico che la Grecia andrà in bancarotta, ma le novità del paese non sono incoraggianti. Ma ora sono meno certo di poter escludere un default rispetto a due mesi fa». [2] Antonio Borges, responsabile del dipartimento europeo del Fmi, ha ribadito il concetto: “Se la Grecia farà quello che deve fare potrà contare sull’aiuto incondizionato dei Paesi europei e non farà default. Se invece esitasse e rinviasse le decisioni, non vedo come un default potrebbe essere evitato perché gli europei si stancherebbero di concedere soldi a qualcuno senza speranza”. [1] E pensare che Jean-Claude Juncker, il presidente dell’Eurogruppo “una settimana fa in coda all’Ecofin informale polacco di Wroclaw, ha lamentato la cacofonia di voci sulla crisi greca e i pericoli collegati al disordine del dichiarare. (...) Knot non ha letto la rassegna stampa di domenica scorsa oppure non ha voluto seguire il consiglio”. [3] Il cancelliere tedesco Angela Merkel è dovuto intervenire per ribadire che l’Europa non può permettere che la Grecia fallisca: «Per me non è un`opzione, potrebbe innescare un effetto domino impossibile da controllare». [1] Ma il suo stesso ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, a Washington si è chiesto se per la Grecia «gli impegni presi a giugno e luglio siano da considerarsi ancora sostenibili alla luce dei recenti sviluppi». [4]. Tra i “recenti sviluppi” ci sono le indiscrezioni secondo cui ad Atene stanno valutando se fare bancarotta. Vittorio Da Rold: “Il ministro delle finanze, Evangelos Venizelos, avrebbe affermato, secondo quanto riportato dal giornale di centrosinistra Ta Nea, di vedere soltanto tre possibili sviluppi della crisi del paese: i) una bancarotta disordinata; 2) l’applicazione rigorosa degli accordi del 21 luglio con partecipazione dei privati con perdite del 21% e un nuovo piano di aiuti da 109 miliardi di euro; 3) uno scenario di ristrutturazione ordinata con taglio del 50% (haircut) del valore del debito”. [4] Tutte “opzioni di scuola che il responsabile del Tesoro, col primo ministro Papandreou, si è affrettato a smentire. La loro linea è quella che punta a «fare tutto il possibile per implementare pienamente e puntualmente» le decisioni prese a Bruxelles due mesi fa”. [3] Ufficialmente la Grecia non vuole il default. Mercoledì il premier Papandreou ha presentato un nuovo piano di risparmi, da 28 miliardi di euro, per ottenere dalla “trojka” Ue-Bce-Fmi la prossima tranche del prestito da 8 miliardi che sarebbe dovuto arrivare a settembre ma che è stato fatto slittare a ottobre. Nel dettaglio la manovra ellenica contiene riduzioni del 20% sulle pensioni sopra i 1.200 euro, con la messa in mobilità 30mila statali entro la fine dell’anno al 60% del salario. Poi un’estensione fino al 2014 dell’imposta sulle proprietà immobiliari e un’ulteriore riduzione dei pagamenti ai pensionati che hanno lasciato il lavoro prima dei 55 anni. [5] Non è detto che quel piano passi. “Sempre secondo fonti di stampa elleniche, la riluttanza di almeno 6 deputati a votare per le misure di austerità avrebbe obbligato il Governo Papandreou a rinviare a martedì il voto parlamentare sull’austerity. Il Pasok ha soltanto 154 voti su un totale di 300 e se i sei deputati dovessero votare contro provocherebbero la crisi di governo”. [4] A quel punto il “piano B” del default potrebbe essere un’opzione concreta. Le banche Ue finirebbero al tappeto. “Un recente studio di Nomura Securities prevede che in caso di haircut dell’80%, le banche dell’eurozona perderebbero 63 miliardi di euro, con le istituzioni tedesche e francesi in perdita di 9 e 16 miliardi rispettivamente. [4] Solo l’Europa può impedire il default greco. E l’Europa può impedirlo solo se la Germania lo vuole. Ha detto da Washington il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti: “La soluzione si trova solo se la Germania definisce una posizione meno incerta e mostra il coraggio, la forza, e la visione di investire sull’Europa, per il bene dell’Europa e della Germania stessa». [6] I tedeschi stanno subendo molta pressione. “L’amministrazione statunitense, ha riportato ieri il New York Times, sta premendo sul Vecchio continente e soprattutto sulla Germania perché tenga fede alle promesse di agire con maggior decisione per contenere la crisi della Grecia e dell`Eurozona”. [2] Può essere, ha scritto l’economista Carlo Bastasin, che Merkel abbia scelto di adottare una “politica dell’incertezza" con i governi dell’eurozona a rischio, una strategia che consiste nel “non togliere interamente il rischio di fallimento che è calato su di essi e di far leva sui mercati finanziari per imporre comportamenti opportuni a ridurre i disavanzi fiscali”. [7] Solo che ormai per gli investitori Atene è spacciata. “L’andamento di prezzi e richieste dei Cds, «credit default swap», i titoli derivati che assicurano contro il rischio di fallimento, sembra indicare che le possibilità di una bancarotta greca sono oggi superiori al 90%”. [1] Fallita Atene, l’Europa rischia la fine della sua moneta unica. Federico Rampini: “Ecco i costi di un simile disastro secondo l´ufficio studi Credit Suisse: 300 miliardi di euro di perdite per le banche del nocciolo duro franco-tedesco, 150 miliardi di perdite per la Bce, 630 miliardi di perdite per gli istituti di credito dei paesi alla periferia dell´eurozona. Poiché questi buchi andrebbero ripianati, il costo si spalmerebbe su tutte le economie e l´impatto potrebbe essere un crollo del 9% del Pil nell’eurozona”. [8] (1) Luigi Offeddu, il Corriere della Sera, 24/09/2011 (2) Elena Polidori, La Repubblica, 24/09/2011 (3) Marco Zatterin, La Stampa, 24/09/2011 (3) Marco Valsania, Il Sole 24 ore, 24/09/2011 (4) Vittorio Da Rold, Il SOle 24 ore, 24/09/2011 (5) Il Sole 24 ore, 22/09/2011 (6) Rossella Lama, il Messaggero, 24/09/2011 (7) Carlo Bastasin, il Sole 24 ore, 23/09/2011 (8) Federico Rampini, la Repubblica, 24/09/2011