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 2011  settembre 24 Sabato calendario

VITA DI CAVOUR - PUNTATA 196 - INQUIETUDINE IN SICILIA

Siamo nell’aprile del 1860. Crispi e La Farina non si sono messi d’accordo, tuttavia in Sicilia scoppia lo stesso una rivoluzione.

Nonostante i contrasti tra Crispi e La Farina, il re aveva individuato nella Sicilia, così inquieta, un campo adatto alla sua iniziativa personale. Aveva mandato nell’isola un suo agente segreto, Enrico Bensa, a prender contatto con quelli della Società Nazionale. Senonché il ministero Rattazzi era caduto, era tornato Cavour, preso dalla disperazione il re s’era dimenticato di tutto. E a un tratto, come ha ricordato lei, la rivoluzione in Sicilia era scoppiata lo stesso.

Com’era andata?

Un mastro fontaniere, Francesco Riso, contro il parere generale, organizzò tre gruppi di insorti, poi sperò che da fuori i ribelli assalissero Palermo e infine si attaccò alla campana del convento della Gancia, la stessa che aveva suonato nel ‘48. I soldati borbonici lo assediarono e lo ammazzarono a furia di ferite. Il moto fu soffocato in dieci giorni. Tredici patrioti fucilati. Ma soffocato non fu veramente perché dalla città si diffuse per le campagne un’inquietudine impossibile da reprimere, una guerriglia minuta e instancabile, contro la quale non servì organizzare né squadre né colonne mobili. I patrioti venivano nascosti ovunque, nelle cantine e nei sottoscala, e, appena i soldati se n’erano andati e le donne davano il via libera, risaltavano fuori con schioppi e forconi, più numerosi e più decisi di prima. Intanto, nel Regno di Sardegna c’erano state le elezioni.

Vinse Cavour.

Alle elezioni il conte venne eletto in otto collegi e la Camera risultò largamente moderata. Ma l’opposizione ritrovò fiato grazie alla faccenda di Nizza. Nizza rimise insieme quelli che avevano tentato di annientare Cavour a dicembre: Vittorio Emanuele, Rattazzi, Garibaldi, la sinistra. Il re scriveva a Rattazzi lettere piene di affetto e con quell’aria di complicità. Sfotteva il conte, lo chiamava «il maestro». « Riguardo al Maestro va tambour battant ed è molto ameno... Io ed il maestro siamo pronti ad ogni cimento anche a prendere il sole e la luna coi denti ». In privato aveva scelto la linea di trattar male il maestro, di esasperarlo. Cavour era abbastanza stufo.

Era già un mezzo parlamento italiano, no? Con i lombardi, i toscani, gli emiliani...

Il 2 aprile c’erano talmente tanti invitati che non si sapeva dove fare la cerimonia. Si pensò al teatro Vittorio Emanuele, cinquemila posti. «No, no», disse il re, «non voglio andare dove ho veduto ballare i cani». Ci si adattò, un po’ stretti, in palazzo Madama. Vittorio Emanuele pronunciò un discorso vibrante, tra le ovazioni. Quando disse che avrebbe difeso l’autorità civile contro le intromissioni ecclesiastiche (« armi spirituali per interessi temporali ...») dovette restar zitto vari minuti, ad aspettare che le grida di entusiasmo cessassero.

Com’erano i rapporti di forza tra cavouriani e anti-cavouriani?

Cavour ebbe presto l’impressione che l’opposizione fosse più forte del previsto. All’elezione per il presidente della Camera, Lanza uscì solo al secondo scrutinio e Rattazzi prese troppi voti. Fatti i conti, risultò che l’aveva sostenuto anche qualche lombardo. Il ministero s’era salvato grazie all’appoggio pressoché incondizionato dei deputati dell’Italia centrale. Ma Cavour sapeva che l’opposizione era destinata a rafforzarsi, per via di Nizza.

Tutti mettevano in discussione la cessione di Nizza. E la Savoia?

Nizza faceva più scandalo della Savoia perché non era scontato che fosse francese. Venne il municipio a supplicare che li lasciassero italiani. Una cerimonia patetica. Ma la difficoltà maggiore era che Garibaldi era nato a Nizza e che Nizza lo aveva eletto deputato. Garibaldi tentò di interpellare il governo sulla questione già durante la verifica dei poteri, cosa proibitissima. Gli si impedì a stento di parlare. Ma, eletto Lanza, si dovette affrontare la questione.

Era scontato che la Savoia fosse francese?

Mah, era certamente più francese di Nizza, il partito filo-italiano aveva proporzioni modeste. La discussione in parlamento fu aspra. Garibaldi lesse un discorso che gli avevano preparato, ricordò che Nizza s’era consegnata a Casa Savoia nel 1391 a patto di non esser mai ceduta allo straniero, che il traffico di popoli era ripugnante, che i nizzardi erano sottoposti a pressioni perché aderissero all’unione con la Francia e che infine il plebiscito non doveva aver luogo fino a che il parlamento non avesse approvato l’accordo con la Francia. Cavour rispose che il trattato del 24 marzo non era un atto isolato. « La cessione di Nizza e della Savoia era condizione essenziale del proseguimento di quella via politica che in così breve tempo ci ha condotti a Milano, Firenze, Bologna ». Garibaldi voleva andare a Nizza e sollevarla. I plebisciti si svolsero il 15 aprile a Nizza e il 22 in Savoia. I risultati furono questi: Nizza, per la Francia 24.448 contro 160; Savoia, per la Francia 130.583 contro 235