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 2011  settembre 24 Sabato calendario

Che dura la vita dell’intercettatore - C’è una solitudine peggiore di quella dei sordi. È quella di chi pas­sa la propria giornata in silenzio, ad ascoltare, in cuffia, la vita al­trui

Che dura la vita dell’intercettatore - C’è una solitudine peggiore di quella dei sordi. È quella di chi pas­sa la propria giornata in silenzio, ad ascoltare, in cuffia, la vita al­trui. Per poi spifferarla al magistra­to di turno. È la solitudine dell’in­tercettatore. Una solitudine pie­na di dubbi: «Avrò capito bene? Stava parlando di biscotti o di dro­ga? Di droga, altrimenti perché il gip avrebbe concesso l’autorizza­zione a intercettare... E se fossero biscotti?». L’intercettatore tutto questo se lo tiene dentro. È giovane, spesso è l’ultimo arrivato,la sala intercet­tazioni è considerata una gavetta. Con il tuo partner non puoi confi­darti, con il tuo superiore neppu­re ( «Devi essere sicuro di quel che senti, cosa sono questi dubbi?» è la risposta standard). In sala intercettazioni, che per legge deve stare in Procura, si fan­no turni di sei ore, senza pause. Non ci sono cabine, è un open spa­ce : si può ingannare l’attesa par­lando con qualcuno. Ci sono due registratori, forniti da ditte priva­te. Uno è blindato e non si sposta mai. L’altro, quando la sala inter­cettazioni viene «remotizzata» al­trove, per esempio in Questura, se­gue l’intercettatore, che può usa­re mandare avanti o indietro il re­gistrato. Una volta erano su bobi­na, oggi sono hard disk. Ore dinoia.Spesso c’è da ascol­tare solo il fruscio delle apparec­chiature. La scarica di adrenalina, il «vero caffè» come lo chiamano gli intercettatori, è quando qual­cuno telefona. L’apparecchiatura indica il numero di chi chiama e l’ora. L’intercettatore, in quel­­l’istante, indossa le cuffie oppure tiene l’audio aperto,aggiusta il vo­lume, agguanta brogliaccio e pen­na. Non trascrive la telefonata. Sul brogliaccio ci sono nomi e parole chiave dell’indagine e uno spazio per rapidi appunti. L’intercettatore ascolta banali­tà sconcertanti. Tra marito e mo­glie, tra marito e amante, tra inter­cettato e commercialista. Tra in­dagato e colluso. Nell’ultimo caso le sue orecchie fremono: «Biscotti o droga?».E come può dirlo l’inter­cettatore? La direttiva è di affidar­si a contesto e vocabolario, quasi mai all’intonazione della voce. L’interpretazione è istintiva. Si cerca di cogliere, come quando si seguono le intercettazioni in lin­gue straniere, le cosiddette «paro­le innesco». La possibilità di erro­re è notevole, come nel caso di Yara Gambirasio («Dio, fa che ri­sponda! » fu tradotto «Allah, per­donami, non lo uccisa io!»). Spes­so, «per continuare a lavorare», l’interprete civile asseconda il sen­tire dominante del magistrato. È il motivo per cui, sovente, la difesa riesce smontare a processo l’accu­sa, facendo ascoltare in aula l’au­dio dell’intercettazione. «Abbiate pazienza, vostro onore, l’imputa­to ha detto “ti uccido!” ma aveva il sorriso nella voce!». Se ascolta qualcosa di grave, l’intercettatore deve avvisare il su­periore, che scrive subito un ver­bale per il pm, il quale dovrebbe ascoltare l’intercettazione e deci­dere. In pratica,però,l’ufficiale fi­nisce con l’avallare l’interpreta­zione dell’intercettatore e riferi­sce al pm (il verbale lo porterà più tardi), pm che è già quasi convin­to di suo, avendo autorizzato l’operazione. Un gioco a incastri che combaciano perfettamente, per pigrizia o conformismo. Per legge, è solo il pm che dovrebbe «interpretare» le intercettazioni, in realtà è il nostro intercettatore di gavetta a decidere se quel che sente è «utile», «rilevante», «inuti­le ». È il percorso che, secondo al­cuni esperti, sta trasformando il caso Parolisi nell’ennesima trage­dia giudiziaria: dove le intuizioni partite dal basso sono confermate solo da altre intuizioni. Come di­re: in Italia rischiano molto di più le persone per bene se qualcuno «le punta», che un vero criminale. Alla fine dell’indagine le inter­cettazioni non vengono trascrit­te, ma riassunte da un ufficiale. È questo brogliaccio che arriva al pm. È il momento degli errori. Il pm, avendo sottomano un rias­sunto, non valuta i fatti, ma un coa­cervo di interpretazioni. Di cui do­vr­ebbe già stralciare le parti riguar­danti la vita privata degli intercet­tati, per portare a un eventuale processo quelle incriminanti. Da dove arrivano allora quelle minu­ziose intercettazioni che stanno asfissiando i nostri quotidiani? Quando finisce un’indagine, la ditta privata che ha fornito le appa­recchiature «estrae»le registrazio­ni dai computer e le riporta su cd. Il pacco - sigillatissimo e con nu­mero di protocollo - arriva alla cancelleria della Procura. Impro­babile la fuga di notizie avvenga qui. Più spesso, è la ditta privata che ha delle falle: chi vi lavora può addirittura chiedere in remoto al­le Procure una copia dei file au­dio. Prima del processo il pm può ordinare la trascrizione pedisse­qua delle intercettazioni: di solito viene affidata a ditte civili, altra si­tuazione ideale per una fuga di no­tizie. I trascrittori che vi lavorano dovrebbero aver seguito corsi di fonetica forense, per cogliere cor­rettamente «la punteggiatura nel­la voce ».Spesso non è così.L’arbi­trarietà delle virgole, come degli arresti, è totale.