Marco Missiroli, Corriere della Sera 24/9/2011, 24 settembre 2011
VITA ROMANZATA DI UN BARBARO
Emmanuel Carrère sfida i limiti della narrazione e nel suo nuovo libro appena uscito in Francia alza la posta del suo coraggio di scrittore: in Limonov (edizioni Pol, pp. 496, 20) racconta la storia di un’esistenza che è più di un romanzo, quella di Eduard Savenko, in arte Limonov, dissidente russo che ha vissuto una dozzina di vite sconfinando nell’impossibilità di contenerle tutte in un racconto. Carrère le ha racchiuse in cinquecento pagine dove cristallizza le avventure impossibili e autentiche di un Conte di Montecristo contemporaneo: «Non è un personaggio inventato. Lui esiste. Io lo conosco», Carrère tiene fede alla sua indissolubile onestà che lo porta in ogni libro a conoscere fino in fondo ciò di cui scrive, era successo con Jean-Claude Romand ne L’avversario fino all’ultimo magnifico romanzo Vite che non sono la mia (Einaudi, 2011) con i suoi protagonisti segnati dal destino della perdita.
«Savenko è probabilmente l’uomo più complesso che io abbia mai conosciuto, l’accezione in questo caso è umana. Non è una questione di simpatia, assolutamente, ma di straordinarietà di vita». Limonov è nato nel 1943 in Ucraina e da allora è stato letterato in patria, clochard e maître di un hotel di lusso a New York, poeta idolatrato a Parigi, combattente nei Balcani (accanto a Karadzic, leader dei serbi di Bosnia, e al miliziano Arkan), fondatore del partito nazional-bolscevico in Russia e forte oppositore di Putin. Per questo si farà qualche anno di prigione, uscendone ancora più rafforzato nel mito e nella controversia: Carrère e Limonov si incontrano la prima volta quando lo scrittore parigino era giornalista, si rincontrano quando l’autore de L’avversario è a Mosca per un documentario sulle proprie radici (la madre è discendente da una famiglia nobile russa e membro dell’Académie française): la curiosità reciproca tra i due incroci non si era mai affievolita per varie ragioni, una delle principali è nelle comuni origini geografiche che li ha scissi a lungo.
Carrère ha fatto della sua derivazione russa un’ossessione (La vita come un romanzo russo, Einaudi 2009), ma anche un moto perpetuo per ritrovare la propria potenza narrativa ogni volta che sembrava persa: scovare un personaggio come Savenko, che tenesse assieme radici e senso dell’impossibile, ha instillato nell’autore parigino il primo nucleo del libro, nato indirettamente già negli anni 70-80. «La sua libertà di spirito e il suo passato avventuroso si imponevano sui piccoli borghesi quali eravamo. Limonov era il nostro barbaro, la nostra canaglia: noi l’adoravamo». La barbarie di Eduard Savenko diventa il fuoco di una Parigi sognatrice che fa del dissidente russo una specie di autore di culto. Il libro di Carrère non parte da questo presupposto, non c’è ammirazione e nemmeno una traccia di stima, piuttosto una ferrea misura nel definire la vicenda di un uomo che è stato molti uomini. C’è la storia personale di Limonov, quella sociale e politica del dissidente, c’è il corso del tempo di una Russia dal dopoguerra a oggi. C’è soprattutto, e qui Carrère rende il libro portentoso, l’opportunità di osservare l’umano davanti alle possibilità della vita: cosa può un individuo? Qual è il limite del coraggio, della viltà, delle paure e dell’azzardo?
La vita di Eduard Savenko è un affresco delle potenzialità di ognuno di noi, delle ombre e delle luci che si possiedono nel tragitto esistenziale. In questo si avvera una specie di ribaltamento rispetto ai libri precedenti di Carrère, dove i destini dei protagonisti s’incrinavano malamente: qui Limonov sfida il fato e lo domina, allargando il campo d’azione. «Savenko è il caos perché è nato con il caos, per completarsi come persona è dovuto sottostare a una sua speciale legge personale di natura», la legge di natura del dissidente Limonov è apparentemente muoversi a briglie sciolte, in verità c’è sempre una sorta di premeditazione nella sua logica che Carrère mostra attraverso una scrittura al servizio dei sentimenti del protagonista: un senso di giustizia e di riscatto altamente discutibile ma allo stesso tempo fortemente umano. Non c’è ipocrisia nelle scelte di Limonov, non c’è ipocrisia nella prosa di Carrère che va dritto al bersaglio, trasformando un’esistenza straordinaria in un romanzo d’avventura universale. Ecco perché Limonov si porta addosso un po’ di quella spregiudicatezza che Edmond Dantès-Conte di Montecristo conserva dopo la prigionia e durante gli atti della riscossa. I fini sono ovviamente diversi, in Limonov c’è un narcisismo carico di nevrosi, materia molto cara a Emmanuel Carrère, che questa volta fa un passo indietro nei confronti di quella forza dell’inconscio che aveva sprigionato in tutte le sue storie.
In Francia il libro è stato accolto con plausi per questo scrittore che è sempre capace di rimettersi in gioco senza abbandonare la sua ferocia: Yasmena Reza su «Le Monde» (che ha dedicato all’uscita del libro la copertina) ha definito il Limonov di Carrère un cattivo ragazzo, un voyou, una canaglia che sfida il «padrone» Putin in un gioco doppio unito dal medesimo spirito. I due sono nemici assoluti ma probabilmente, come scrive la Reza, anche parte della stessa matrice. Uno è diventato sovrano di un regno, l’altro eroe di un romanzo d’avventura. L’ambiguità è la loro madre. L’essere canaglia il modo fraterno di avverarsi tra realtà e confine letterario.