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 2011  settembre 24 Sabato calendario

L’INCERTA STRATEGIA DI MEDIOBANCA

Quest´estate si è materializzato lo spettro del default greco; che rischia di travolgere l´euro. In questo scenario da incubo molte banche non riuscirebbero a sopravvivere. Ma da noi, a tenere banco, è stato anche il rinnovo del patto di Mediobanca: abbiamo seguito le mosse dietro le quinte delle fondazioni azioniste di Unicredit; siamo stati in ansia per Della Valle, alla conquista di un posto in cda, e ammirati per la sua galanteria di cederlo all´amica Jonella; ci ha preoccupati la scalata dello straniero Bollorè, voglioso di salire dal 5 virgola qualcosa percento, al 6%; e sollevati per la riconquistata autonomia del management (che si apprezza solo da noi, perché qui ci sono soci che guardano esclusivamente ai propri interessi). Alla fine, fumata bianca: habemus pacto! E il titolo, pur con l´aiuto del polverone creato dalle manovre dei soci e dai proclami di Bollorè (che ne pensa la Consob dei proclami?) si è salvato dal crollo estivo dei bancari. Il debito pubblico continua a preoccupare; ma almeno un sospiro di sollievo lo possiamo tirare.
Nuovo patto; più autonomia: ma per fare che cosa? In Europa, Mediobanca ha una capitalizzazione da banca regionale: troppo grande per essere "boutique"; troppo piccola per essere banca di investimento internazionale. È banca, con un tocco di estero, ma anche holding. Fa prestiti al consumo, e il private banking per i ricchi. Può sopravvivere così. Ma perché non sfruttare la decantata autonomia per decidere una strada, e perseguirla con decisione?
Cominciamo dalle partecipazioni. Il famoso trittico Generali-Telecom-Rcs, "crocevia del capitalismo italiano", dà tanto potere (nel nostro pollaio); ma a chi investe in Mediobanca per guadagnare, non serve: se proprio vuole comperare quei tre titoli, lo può fare direttamente. Di questi tempi, è poco saggio per una banca immobilizzare metà del patrimonio in partecipazioni; e Mediobanca, come socio, non sembra in grado di migliorarne la gestione: negli ultimi anni, ironicamente, i tre titoli sono stati tra i peggiori dei rispettivi settori in Europa. Meglio disfarsene, distribuendo le partecipazioni tra i soci.
Nell´investment banking, le commissioni tradizionali (315 milioni) non ripagano i costi di struttura (341 milioni, in crescita per il tocco di estero). Il trading segue il mercato, e da due anni, al netto delle rettifiche, produce pochi utili. Alla fine, i profitti vengono dal margine di interesse su prestiti a pochi grandi clienti; ma l´aumento del costo della raccolta per via del "rischio Italia" potrebbe metterlo a repentaglio. Qui ci vorrebbe o un deciso passo avanti, con maggior leva, trading e posizioni a rischio, come l´investment banking oggi richiede; o uno indietro, puntando solo sulle commissioni, con una struttura più snella.
Così, per generare ricavi, Mediobanca si è gradualmente spostata sui clienti al dettaglio, attratta da mutui e prestiti al consumo che le generano un grosso margine di interesse (ben 4,8%). Ma sono prestiti rischiosi: la metà del margine se ne è andata in sofferenze; e il futuro, in Italia, non promette bene. Inoltre, il meccanismo di finanziamento tramite i depositi di Che Banca! può funzionare solo fino a quando i tassi rimangono bassi, e i risparmiatori preferiscono la liquidità.
Così dei 370 milioni di utili complessivi, il segmento retail contribuisce per soli 78; di cui 25, però, vengono dal private banking. Anche quest´ultimo sottodimensionato (specie, visto il valore del marchio Mediobanca) e gestito in modo poco brillante: Azimut, per esempio, ha masse in gestione simili, ma il quadruplo degli utili.
Ammesso che Mediobanca abbia ragione a credere nell´attività di banca commerciale, che se ne compri una: ce ne sono così tante a prezzi da saldo. Per esempio, invece di garantire il consorzio per l´aumento di BPM, perché non ha lanciato un´Opa condizionata alla conversione in Spa? Avrebbe risolto una grana a Banca d´Italia, e dimostrato ai tanti italiani rassegnati che il "sistema" può cambiare.