Alessandro Barbero, La Stampa - TuttoLibri 24/9/2011, 24 settembre 2011
ALLARMI SIAM PIRATI, TERROR DEI MARINAI
Nel 1719, al largo dei Caraibi, il vascello corsaro inglese Speedwell si preparava ad attaccare una preda, quando il capitano si accorse di non avere con sé una bandiera pirata da innalzare in segno di sfida. In mancanza di meglio, racconta uno degli ufficiali di bordo, il vascello innalzò i colori dell’impero asburgico, con l’aquila bicipite in campo giallo, «che a prima vista sembrano i più banditeschi fra tutti quelli portati dalla gente onesta». I pirati, spiega infatti il testimone, innalzano di solito una bandiera con uno scheletro nero in campo giallo, che a una certa distanza e con un po’ di vento non si distingue dalla bandiera imperiale.
I caricaturisti del Risorgimento sarebbero certo d’accordo che le grinfie dell’aquila bicipite non appaiono poi tanto più rassicuranti delle bandiere dei pirati. Ma al di là del tono sornione con cui il corsaro si riferisce agli stendardi della gente onesta, quello che più colpisce è l’affermazione che l’insegna pirata era uno scheletro nero in campo giallo. E il teschio con tibie incrociate, allora? Sappiamo tutti fin dall’ infanzia che quella, il Jolly Roger, è l’insegna dei pirati, e se dovessimo scoprire che non è vero niente e che siamo di fronte a un’altra «invenzione della tradizione» ci resteremmo malissimo: almeno come quando abbiamo scoperto che Babbo Natale esiste, sì, ma è una pubblicità della Coca-Cola. Per fortuna l’analisi che Renato Giovannoli ha dedicato alla bandiera dei pirati non arriva a tanto: il Jolly Roger è esistito davvero, e negli anni d’oro della pirateria caraibica, tra la fine del Seicento e i primi del Settecento, è stato davvero inalberato da diversi famosi pirati.
Il teschio e le tibie in campo nero, o rosso, coesistevano però con una molteplicità di altri emblemi più o meno macabri, dato che ogni comandante era libero di scegliersi la sua personale variazione sul tema, fra scheletri che impugnano clessidre e lance che trafiggono cuori sanguinanti. La riduzione delle insegne piratesche al classico Jolly Roger, attestato per la prima volta nel 1697, è dunque un caso di globalizzazione semplificatrice, con eliminazione delle varianti e imposizione di un unico significante. Il marchio, in verità, era azzeccato e s’impose molto presto: già nel corso del Settecento i pirati barbareschi - i quali delle faccende della Cristianità erano benissimo informati, essendo in gran parte essi stessi rinnegati cristiani - lo adottarono con entusiasmo. Tanto che, paradossalmente, gli unici esempi autentici di Jolly Roger arrivati fino a noi sono proprio due stendardi barbareschi, l’uno catturato nel 1780 al largo del Nordafrica, l’altro preso nell’ Ottocento addirittura da una nave finlandese.
La ricerca di Giovannoli, incentrata nella prima parte del libro sull’evoluzione dell’ iconografia, è un continuo viaggio fra testimonianze dell’epoca e reinvenzioni più o meno sciagurate di grafici e divulgatori moderni; ai quali, sia detto fra parentesi, risale l’iconografia dei pirati con bandana e orecchini, mai attestata prima della fine dell’ Ottocento. Un viaggio in cui si incontrano personaggi che paiono inventati da Jacovitti e invece sono verissimi, come quel capitano Roberts, pirata fra i più sanguinari, che rifiutava gli alcolici e «beveva regolarmente té»; e vecchie conoscenze come il reverendo Cotton Mather, il terribile pastore protestante di Boston, protagonista dei processi alle streghe di Salem, e sempre presente coi suoi sermoni alle impiccagioni di pirati eseguite nel New England.
Meno felice la seconda parte del libro, in cui s’intrecciano la ricerca del significato del nome Jolly Roger e l’analisi semantica di colori e immagini, incentrata non tanto sul bianco e nero quanto sul rosso. Giovannoli evita correttamente di inanellare ipotesi azzardate, come capita troppo spesso in lavori di questa natura; ma la sua ricognizione finisce lo stesso per trasformarsi in una cavalcata vertiginosa in cui s’intrecciano il diavolo del folclore e la lancia di Odino, Robin Hood e gli spiritelli dei boschi, l’esercito dei morti e la caccia selvaggia, lo charivari e gli sciamani, il Carnevale e il paese di Cuccagna, la Sindone e i Templari, e perfino Cappuccetto Rosso, che secondo qualcuno sarebbe una variante folclorica di Odino, per il buon motivo che è divorata da un lupo.
A onore di Giovannoli va detto che nessuna di queste esplorazioni si conclude con affermazioni imprudenti e conclusioni sicure, ma proprio per questo c’è da chiedersi se ne valesse sempre la pena, e se non fosse invece il caso di applicare un po’ più di filologia all’analisi dei testi. L’inglese sei-settecentesco, con la sua disordinata ortografia, tende talvolta delle trappole: così, per non fare che un esempio, «deep Blew Flagg» (p. 64) vuol dire «bandiera blu scuro» e non «bandiera sventolante». Non importa: la letteratura sui pirati si è arricchita di un contributo importante, e ogni lettore di Salgari e di Defoe si sentirà a casa sua nelle pagine di questo libro.