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 2011  settembre 23 Venerdì calendario

La casta in toga che aiuta a farla franca - C’è la toppa che è peggiore del buco. Perché il giudice il buco, un passaggio fantasma fra casa e stu­dio, se l’è scordato dopo averne parlato per tre pagine

La casta in toga che aiuta a farla franca - C’è la toppa che è peggiore del buco. Perché il giudice il buco, un passaggio fantasma fra casa e stu­dio, se l’è scordato dopo averne parlato per tre pagine. C’è il tribu­nale dei minori che legge probabil­mente un’altra relazione, non quella piena di lodi scritta dai Servi­zi sociali, e decide di usare il pugno di ferro col padre. E c’è il magistra­to che s’indigna con la signora or­mai in là con gli anni per essere ca­duta in un buca a due passi da casa. A quell’età, a sentire la toga, è me­glio stare tappati fra le mura dome­stiche e se uno esce lo fa a suo ri­schio e pericolo. A girare per le aule dei tribunali italiani si scopre di tutto. Storie in­credibili, vicende surreali che sem­brano scritte da uno sceneggiatore bizzarro, casi che sfidano anche il buonsenso. Stiamo parlando della giustizia civile, quella che non strappa i titoloni dei giornali e non va,quasi mai,in prima pagina.È pe­rò lo stato del settore è, se possibi­le, ancora peggiore di quello pena­le. In Italia ci sono 5 milioni e mez­zo di cause pendenti: lo zaino, pe­santissimo, dell’arretrato,pesa sul­le famiglie, sulle relazioni sociali, suirapporti umani,sull’economia che viaggia col freno a mano tirato del giudizio incerto. Il vicepresi­dente del Csm Michele Vietti so­stiene che un sistema più efficien­te, o meglio meno disastrato, ci per­metterebbe di guadagnare un pun­to di Pil. Forse, anche di più. Per­ché molte imprese straniere si ten­gono alla larga dal nostro Paese proprio per non sprofondare nelle sabbie mobili di processi che si sa come iniziano e non si sa come e quando finiscono. E lo stesso vale per il comune cit­tadino. È mai possibile che a Mila­no un giudice se la prenda con la donna che è sprofondata in un bu­ca come una pallina da golf? E inve­ce è così: lei ha 81 anni e la causa per il risarcimento finisce ancora prima di cominciare. Anzi, la sen­tenza si trasforma in una predica sconcertante: «È noto che con il progredire dell’età il sistema moto­rio e quello sensoriale perdono par­te della propria efficienza». Chia­ro? Mica tanto, perché lui insiste: «Si può in definitiva ragionevol­mente supporre che taluni ostaco­li causano la perdita dell’equili­brio e la caduta del soggetto non per un loro carattere insidioso ma solo perché il soggetto, per l’età avanzata, non ha saputo percepirli come avrebbe fatto qualsiasi altra persona». E così la sventurata, che aveva osato chiedere giustizia, non solo non prende un euro di in­de­nnizzo ma deve pagare metà del­le spese che vengono calcolate in 1.400 euro. Niente male per la soffe­renza patita. Del resto se da Milano ci spostia­mo in Emilia troviamo un giudice che s’è dimenticato il buco all’origi­ne di un’antipatica causa promos­sa dal signor Paolo. Paolo ha affitta­to una casa ad una parente, lei, di nascosto, ha tirato giù una parete e ha creato un collegamento con lo studio del marito. Un abuso in pie­na regola. I coniugi tergiversano, provano a mischiare le carte, alla fi­ne ammettono il pasticcio in stile Conte di Montecristo. Ormai sono rassegnati a dover ricostruire quel che avevano demolito, ma la sen­tenza va oltre e li salva. Il giudice li condanna a pagare 1.500 euro a Pa­olo, ma si scorda del buco. Che do­po 6 anni di carte bollate è ancora lì. In attesa di un processo bis che chissà quando si svolgerà. L’Italia delle udienze funziona così: ci so­no cause iniziate in lire che prose­guono imperterrite in euro e ci so­no liti per gli spiccioli, 35 euro, che si avvitano su se stesse e costano molto, molto di più della cifra che mettono in palio. Ma queste stortu­re paiono ineliminabili, le correzio­ni non arrivano mai, le norme del processo civile vengono cambiate e ricambiate in continuazione, gli avvocati sono un esercito stermi­nato. E poi quando un giudice sba­glia o si addormenta sui faldoni di media non succede nulla. O me­glio il tribunale va avanti per la sua strada. Come sa bene Mario, papà «commissariato» dal tribunale che gli ha imposto di vedere i figli, Martina e Davide, nel recinto dei Servizisociali. SonoproprioiServi­zi a notare, dopo una lunga osserva­zione, che l’uomo è maturato e può tornare a fare il proprio mestie­re di padre. Ma i giudici evidente­mente leggono una relazione sba­gliata. E la riassumono in due paro­­le: «Non risultano intervenuti mu­tamenti rilevanti». Risultato: Ma­rio resta legato al guinzaglio corto delle visite nella cornice protetta di una sede neutra. E il papà si ritro­va ancora dimezzato.