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 2011  settembre 23 Venerdì calendario

“POVERA RAI OBBLIGATA ALL’IGNORANZA”

Nemmeno al telefono Philippe Daverio perde una piuma del suo garbo suadente, nemmeno il giorno dopo in cui è stata ufficializzata la sospensione della nuova serie di Passepartout, le cui repliche stanno peraltro andando in onda su Raitre (mentre Rai 5 continua a trasmettere regolarmente l’altro suo programma, Emporio Daverio). “Mi scusi, cominciamo l’intervista tra un attimo, qui c’è una persona troppo carina e sorridente che mi sta chiedendo l’autografo. Non posso non farglielo.”
Prego, ci mancherebbe.
Non si preoccupi per la penna, ce l’ho io... Come si chiama? Chiara? Fantastico...
Mi perdoni, ma sa, Passepartout è molto amato dal pubblico.
Sento. Se non l’ha preparata apposta...
Ah ah, no davvero. Succede spesso che gli ascoltatori mi fermino per strada, e non sono quasi mai i tromboni che ci si potrebbe immaginare. Sono quasi sempre giovani, quel pubblico che per l’Auditel non esiste perché non è considerato target da supermercato.
Prego?
Ma sì, lo saprà anche lei che i parametri dell’Auditel si fondano esclusivamente sullo scaffale del supermercato. Tutti gli altri consumatori non esistono.
Ci faccia capire meglio.
Perché la Rai ha deciso di cancellare il suo programma di divulgazione artistica, che ha sempre considerato un fiore all’occhiello a costi minimi?
Se vuole glielo spiego, ma è molto complicato. Alla base ci sono una serie di complesse eccezioni giuridiche, le stesse che hanno portato alla fine di Parla con me.
Non saranno formalismi usati come pretesti, con il vero scopo di cacciare la Dandini?
Questo è certo, anche se...
La scusa è a prova di bomba.
Non parli così. Diciamo piuttosto che l’eccezione giuridica è funzionale.
Nel suo caso che accadrà? Dovrà cambiare il titolo della trasmissione e tutto continuerà come prima?
Ma certo, finirà così, anche perché sarebbe un vero peccato non mandare in onda le puntate che ci sono state commissionate, e abbiamo già realizzato. Ce ne sono alcune particolarmente utili, come le tre dedicate alla mutazione urbanistica della Cina. I miei concittadini milanesi ancora aspettano un programma che gli spieghi che cos’è stata l’Expo di Shanghai.
Dunque la Rai è consapevole che Passepartout è un programma che pesa più di quanto conta.
Certo, anche perché non conta niente, e poi svolge una funzione fondamentale per scaricarsi la coscienza.
La classica foglia di fico?
La classica penitenza del confessore. Tre pater, ave e gloria e io ti assolvo da tutti i tuoi peccati.
La cultura in Rai conta così poco?
Devo dirle la verità. Secondo la mia esperienza, la gente che lavora in Rai ha molta più passione per la cultura di quanto non riesca a esprimerla nei programmi che arrivano sui palinsesti.
Sicuro?
Sicurissimo, anche se posso parlare solo per Raitre, l’unica rete con cui ho lavorato, e non tanto per questioni di appartenenza, ma di presentabilità internazionale.
Non si sente affine a Raitre?
Non mi sento affine a niente. Io sono un giacobino anarchico , e credo che si capisca al primo sguardo.
Tornando alla tv, come spiega questo strano fenomeno della rimozione della cultura?
È come se dicessero: ci piacerebbe tanto fare delle cose diverse, ma purtroppo dobbiamo fare la televisione, e c’è questo imperativo secondo cui la televisione deve essere per forza incolta.
L’ignoranza dell’obbligo?
Più o meno. Bisogna per forza cosiderare la tv come generica, il problema è tutto qui. Il generico è necessariamente transpopolare; di conseguenza, tutto quello che esula dalla banalità è visto con sospetto. Da quando sono nate le reti private, le cose sono peggiorate. Anche le reti pubbliche si sono allineate per il timore di uscire dal mercato.
Se questo è vero, vuol dire che le è riuscito un piccolo miracolo. Esclusi i suoi programmi, quali spazi dedicati alla divulgazione culturale vede nella programmazione di viale Mazzini?
C’è la famiglia Angela. E poi La storia siamo noi, anche se anche qui con taglio ferocemente filopopolare.
Vale a dire?
Vale a dire che si parla sempre di Mussolini. Nei 150 anni dell’Unità, non si è stati capaci produrre una seria trasmissione sulla storia d’Italia. Provi a interrogare un italiano sui primi 50 anni della storia dell’Italia unita. Buio pesto. E anche sulla storia degli ultimi 50 anni, ha fatto molto più il cinema della televisione. Assurdo. Però poi a La Storia siamo noi c’è lo speciale sulla cognata del portinaio della casa di vacanze di Mussolini.
Qualche volta si parla anche di Hitler
Come no? Un bello speciale sull’allenatore del cane di Hitler. Anche se si parla si storia, c’è sempre il solito imperativo, Freud lo chiamerebbe il superego, che dice: “Ricordati che fai la televisione nazional-popolare”. Quasi impossibile uscirne, anche se noi, nel cnostro piccolo, abbiamo dimostrato che uscendone si può funzionare benissimo. Alle 13.20, quando il programma comincia, partiamo con 150mila spettatori. Quarantacinque minuti dopo, chiudiamo a un 1milione 200mila.
Quindi non solo chi la fa,
ma anche chi vede la tv sarebbe più interessato alla divulgazione culturale di
quanto non si creda.
Se la Rai avesse il coraggio di commissionare delle serie indagini di mercato e di ripristinare il vecchio indice di gradimento scoprirebbe un sacco di cose molto preziose per la sua sopravvivenza, a cominciare dal suo proprio declino. Se esistesse il rating delle televisioni, Standard&Poors l’avrebbe declassata da un pezzo. E questo vale anche per la nostra pubblicità, che ha completamente perso la creatività per cui era celebre un tempo.
Dipende dai punti di vista. Solo da noi l’ultimo libro
di Alfonso Luigi Marra può essere reclamizzato da
Ruby Rubacuori.
Appunto. Vuol dire che siamo completamente rimbambiti. D’altra parte, basta guardare il resto d’Europa per capire che la nostra comunicazione è obsoleta, esclusivamente legata ancora una volta alla logica dello scaffale del supermercato.
Ma la conoscenza non dovrebbe essere considerata un lusso?
È l’ennesimo paradosso. Questa consapevolezza non ce l’hanno gli emittenti, ma gli spettatori sì, motivo di più per avere paura del gradimento.
Il superego che vuol tenere tutto sotto controllo qual è? La politica?
La politica controlla da sempre la Rai, ma è vero che da qualche anno l’ha anche occupata al 90 per cento.
Fornendo uno spettacolo piuttosto sottoculturale.
Vero. Ma proprio per questo, se qualcuno riesce a dare un prodotto diverso, scopre che gli spazi di mercato ci sono eccome, come tra l’altro dimostra la vicenda del “Fatto quotidiano”. Il vostro è l’unico giornale non finanziato dalla politica, tuttavia ha una posizione politica, e ha immediatamente trovato uno spazio di mercato che ha sorpreso un po’ tutti. Una strada che altri avrebbero potuto seguire, anche se finora nessun altro editore ha avuto il coraggio di uscire da quell’ambito di protezione che dà la garanzia soffice della sopravvivenza.
L’importante è tirare a
campare.
Già. Ma tirando a campare non si vive mai.