Giorgio Dell’Arti, La Stampa 23/9/2011, 23 settembre 2011
VITA DI CAVOUR - PUNTATA 195 - CIAO NIZZA CIAO SAVOIA
Due questioni: la trattativa per cedere ai francesi Nizza e Savoia. E le elezioni per la nuova camera.
Per la trattativa venne a Torino monsieur Benedetti, direttore politico del ministero degli Esteri. Cavour l’aveva conosciuto già nel ‘56, ai tempi del congresso di Parigi. Era un negoziatore duro, un uomo ambizioso. Talleyrand e gli altri dell’ambasciata di Francia erano sconvolti per la sgarberia fatta loro dal Quai d’Orsay. Ma si vide che stavolta Napoleone e Thouvenel avevano indovinato. Cavour tentò di far credere che se l’imperatore avesse rinunciato a Nizza, il Regno di Sardegna l’avrebbe aiutato nella questione d’Oriente. Benedetti rispose: «Sua Maestà Imperiale vuole Nizza a costo di avere contro tutta l’Europa». Allora il conte disse che sarebbe stato bene determinare subito i confini, altrimenti difficilmente le Camere avrebbero approvato. «Ma noi non desideriamo l’approvazione delle Camere...». «No, caro, qui si sbaglia», fece Cavour. «Senza Camere io non cedo proprio niente». Fu un negoziato breve e durissimo. A un certo punto saltò nuovamente fuori la storia del ritiro delle truppe francesi dalla Lombardia. «E si ritirino, si ritirino», fece Cavour, «non se ne può proprio più...». Allora Benedetti cavò di tasca un pezzo di carta. «Guardi, conte, che io ho l’ordine di ritirarle, ma a Bologna e a Firenze...». Il 24 marzo il trattato fu firmato. Il 25 il «Moniteur» diede l’annuncio.
Le elezioni?
Le elezioni... Le elezioni... Dopo i plebisciti nell’Italia centrale si crearono tre zone di tensione: la fascia Marche-Umbria, la Sicilia, Nizza.
Ancora con le Marche?
La fascia Marche-Umbria era attratta dai nuovi stati, cioè la Toscana e l’Emilia. Quando Vittorio Emanuele, a metà aprile, visitò la Toscana dovette evitare la tappa di Arezzo perché si sapeva che gli umbri avrebbero acceso fuochi sulle montagne, sarebbero arrivate delegazioni con bandiere.
Ma il papa non aveva un esercito? Non si poteva difendere?
Per non perdere anche le Marche e l’Umbria il papa aveva messo insieme 15 mila uomini e li aveva affidati al generale Lamoricière, un militare francese in esilio dal ‘52 perché antibonapartista. Quando i piemontesi avevano deciso le annessioni, Pio IX aveva scritto una lettera di fuoco a Vittorio Emanuele. Cavour aveva preparato una risposta in cui il re, anziché pentirsi, chiedeva al Pontefice anche le Marche e l’Umbria. Sommando la durezza della politica di Torino al riarmo pontificio si potevano prevedere parecchie complicazioni. Il papa aveva chiesto l’aiuto del nuovo re di Napoli, voleva che Francesco II portasse le sue truppe nelle Marche e nell’Umbria in modo da cooperare alla loro difesa. Cavour fece sapere che in questo caso si sarebbero rotte le relazioni con il Regno delle Due Sicilie. La storia era complicata dal fatto che forse Napoleone era d’accordo con quel piano: i napoletani potevano ben sostituire i francesi a Roma. L’imperatore, dopo aver attaccato il potere temporale, si trovava male nella città del papa.
L’imperatore aveva rinunciato all’idea di mettere un Murat a Napoli.
Non del tutto. Era un’ipotesi che Cavour temeva moltissimo. Avrebbe bloccato per anni la situazione nell’Italia meridionale. Scrisse a Villamarina di fargli un rapporto sul Mezzogiorno. Villamarina adesso stava a Napoli e Nigra aveva assunto l’interim di Parigi. Cavour voleva sapere: quante possibilità ha un Murat; se si può organizzare una rivoluzione nel Regno di Napoli; se si può organizzare una rivoluzione in Sicilia. Villamarina rispose che il Murat gli pareva improbabile, molto difficile la rivoluzione a Napoli, facile invece in Sicilia.
Facile in Sicilia?
La Farina gli confermò: « A Girgenti fu piantata di pien giorno in pubblica piazza una bandiera tricolore in mezzo alle grida della moltitudine plaudente al nome d’ Italia e di Vittorio Emanuele... Una grande e solenne manifestazione ebbe luogo in Palermo, nella quale la scolaresca dell’Università si pronunciò fra le grida: Viva l’Italia, viva il nostro re Vittorio Emanuele». Cavour chiamò Fanti, il ministro della Guerra. «Chi sarebbe un buon generale da mandare in Sicilia in caso di rivoluzione? S’intende che prima dovrebbe dimettersi dall’esercito...». «Ma il Ribotti!». Fanti scrisse al Ribotti, ma poi non se ne fece niente. Questa conversazione si svolse il 6 aprile e il 4 la Sicilia cominciò una rivoluzione per conto suo.
La Sicilia. Questa è la seconda fascia di tensione.
Alla rivoluzione nell’isola avevano pensato prima di tutto Mazzini e Crispi, poi Vittorio Emanuele, poi Garibaldi. Crispi era andato a Londra nell’estate del ’59 per concordare un piano con Mazzini. Subito dopo s’era messo a fare su e giù tra Malta e la Sicilia. A dicembre venne a Torino a parlare con Rattazzi, a quell’epoca ministro dell’Interno. Rattazzi si disse d’accordo su tutto ma volle che concordasse l’azione con La Farina, il capo della Società Nazionale. Crispi e La Farina erano due siciliani che avevano combattuto fraternamente fino a un certo punto e poi erano diventati uno mazziniano e l’altro cavouriano. Adesso si detestavano e non si misero d’accordo. Neanche Rattazzi volle più saperne.