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 2011  settembre 23 Venerdì calendario

Il deputato salvato “Non ho niente da festeggiare” - Al momento del voto a Marco tremava una mano

Il deputato salvato “Non ho niente da festeggiare” - Al momento del voto a Marco tremava una mano. Non credevo fosse possibile una cosa del genere, non l’avevo mai vista. Fini stava leggendo il risultato, mi sono girato e ho visto quella mano che sbatteva incontrollata. Sembrava avesse il Parkinson. E’ stato impressionante». Giancarlo Mazzuca, deputato del Pdl, racconta il dettaglio con il gusto del giornalista, lui che diresse il Resto del Carlino e Il Giorno. Ed è tutta nei dettagli la cronaca della giornata delirante di Marco Milanese, l’uscita dalla buvette di Montecitorio, per esempio, alle nove di mattina trascorse da poco, tre ore prima che l’aula decidesse il suo destino di galeotto o di uomo libero. Posa la tazzina di caffè ormai vuota, impegna un passo rapido e indeciso, i pochi colleghi mattinieri lo abbrancano per la pacca beneaugurante e lui non smette di parlare. «E’ esagitato, lo devo calmare», dice Melania Rizzoli, anche lei parlamentare berlusconiana. Ma non c’è verso. Nella frenesia, Milanese accetta di conversare anche con gli odiati giornalisti, «siete da massacratori», dice attribuendo all’interlocutore una colpa collettiva. Attacca con una vibrante arringa, un’autodifesa innescata in automatico, ma il punto preciso del suo terrore sono gli occhi sbarrati, il gesticolare convulso, il respiro affannoso, la tambureggiante filippica: «Sono esausto. Questo sputtanamento quotidiano è esasperante. Se dovrò andar dentro, andrò dentro ma i magistrati sappiano che quello che dovevo dire l’ho detto: non ho un’altra verità. Ed è devastante pensare che oggi il voto avrà implicazioni politiche che con me non hanno nulla a che vedere». Avrà tutt’altro volto, alle 19, uscendo dagli studi di Porta a Porta, lo sguardo rinascente, persino un sorriso spalancato. Nello studio di Bruno Vespa non ha consumato vendette, nemmeno contro Giulio Tremonti, di cui è stato il classico fedelissimo e da cui è stato abbandonato nel momento più terribile. Ci davamo del lei, dice confermando una distanza anche antropologica che a Tremonti è improvvisamente cara. Era all’estero per questioni di rara importanza, è la giustificazione accolta senza discutere. Mi pagava in contanti, ebbene?, dice in uno slancio ecumenico che comprende tutta la maggioranza, poiché nella versione tardopomeridiana i tentativi di strumentalizzare il voto sono attribuiti al solo centrosinistra. In un governo con Berlusconi, Tremonti e Letta potevo farle io le nomine?, aggiunge in uno slancio di buonsenso. Ma questa è niente altro che la tattica piccina della preda appena scampata alle zanne. Era ben altro fuscello seduto al suo banco in aula, zitto ad ascoltare i relatori e reggendosi il mento intanto che c’era la fila a incoraggiarlo: Jole Santelli, di nuovo la Rizzoli, Manuela Repetti, il generale Speciale, lui rispondeva grato e terreo o ogni mano tesa. Con l’istinto degli avvoltoi, noi giornalisti ci eravamo disputati i posti migliori, con vista sulla vittima. E lo vedevamo da sopra scuotere giusto il capo quando qualcuno lo dipingeva da criminale incallito. Rinunciava, al contrario del povero Alfonso Papa che aveva tentato la carta del melodramma, a prendere la parola e se ne stava lì sempre più raggomitolato, quasi rimpicciolito e rigido, annichilito negli istanti tremendi della proclamazione del voto, un timidissimo applauso di qualche deputato al buon esito, lui sempre immobile, testa bassa, come a prendere fiato. Trenta secondi, forse un minuto di niente, un grazie sussurrato e poi a telefonare alla compagna, e infine un sibilo ancora: «C’era mia figlia che mi guardava in tv...». Se l’è svignata dal retro, infine. Nel parcheggio della Camera era circondato dai parenti, «non c’è niente da festeggiare», hanno detto ancora scossi ma già diretti al ristorante, perché certe buone notizie sono portentose sull’appetito. E poi tutto un pomeriggio di buoni propositi, l’idea di andare prestoa trovare Papa - che da Poggioreale gli ha mandato le congratulazioni del caso - e ancora quella di mettere giù, nel giro di pochi giorni, una proposta di legge sulla carcerazione preventiva, magari insieme coi radicali, poiché è difficile negare che questa sciagurata consorteria parlamentare si occupa delle grane soltanto quando investono uno dei loro. E se le dimentica facilmente, in un soffio di vento serale, se la fortuna ha sorriso di nuovo.