Giuseppe De Rita, Corriere della Sera 23/09/2011, 23 settembre 2011
LO SVILUPPO NON SI FA PER DECRETO
Una società che vive esposta alla spregiudicatezza dei mercati finanziari può contare solo su una duplice good reputation: la reputazione della sua struttura socioeconomica e quella della sua classe di governo.
Non è detto che i due fattori funzionino sempre in contemporanea: in alcuni frangenti storici è la reputazione dei governanti a supplire la fragilità socioeconomica (si pensi alla capacità di De Gasperi di rappresentare al meglio un Paese stremato dalla guerra e dalla sconfitta); mentre in altre occasioni è lo sviluppo socioeconomico che compensa la labilità della governance di sistema (si pensi alle crisi politiche degli anni 70, superate dall’inatteso processo di industrializzazione di massa).
Si deve però purtroppo constatare che nelle difficoltà di questi mesi giuoca una fragilità congiunta: la classe di governo è considerata poco affidabile se non poco presentabile;
la struttura socioeconomica è considerata statica e incapace di crescere.
Sulla prima fragilità sembra difficile un rapido recupero, visto che non si tratta semplicemente di cambiare un premier, ma di portare a esaurimento un ciclo politico ormai esangue (la verticalizzazione del potere e le promesse da Seconda Repubblica), sostituendo a esso una politica di lungo periodo e di disegno complessivo del sistema. Ci vuole più politica, e di spessore sistemico, senza troppo recitate e invocate scorciatoie.
Possiamo nel frattempo contare sulla seconda reputazione, quella della struttura socioeconomica? Fino a qualche mese fa la risposta era decisamente affermativa, perché in ogni sede di confronto internazionale si riconosceva che l’Italia aveva ben fronteggiato la crisi 2008-2010, facendo leva sui suoi tradizionali fattori di forza: il radicamento nell’economia reale e nelle sue antiche componenti manifatturiere, la vitalità della piccola impresa, le variegate supplenze dell’economia sommersa, la consistenza patrimoniale delle famiglie, la coesione sociale di stampo locale e comunitario. Ma all’esplodere della crisi finanziaria internazionale tale buona reputazione è andata declinando, e i fattori sopra richiamati sono stati visti invero, un po’ acriticamente, come segnali di una debolezza puramente adattativa, senza capacità di spinta propulsiva e senza desiderio di crescere.
Si può uscire da questa doppia bad reputation, che ormai condiziona opinioni e decisioni internazionali? Si può e si deve. E il più presto possibile, evitando di stare ancora a lungo «a bagnomaria», prigionieri da un lato di una dinamica politica del tutto scoordinata e dall’altro di una dinamica economica poco o nulla governata e orientata. Restare in questa condizione comporta infatti il pericolo che il corpaccione sociale italiano reagisca all’inconcludenza di vertice con la sua tradizionale e furba strategia di «adattamento/inerzia/voglia di continuare a viver bene»; e con il suo antico adagio «chinati giunco, che la bufera passa». È un pericolo reale e imminente, vista la stanchezza diffusa, quasi l’indifferenza, con cui vengono accolte parole e manovre, manovre e parole.
Si muova quindi la classe politica a ridare solidità e prestigio al governo della cosa pubblica. Ma più ancora si muovano i soggetti più minuti e quotidiani della società e dell’economia, verosimilmente stanchi di vergognarsi del modo in cui sono governati e stanchi di sentirsi comunque colpevolizzati del mancato sviluppo del sistema, quando di fatto il mondo delle imprese (specie le medie e le piccole), del lavoro (specialmente quello autonomo e professionale), delle amministrazioni locali anche le più periferiche, dell’associazionismo comunitario, continua a esprimere responsabilità e vitalità, almeno nel proprio particolare spazio d’azione. Come dimostrano dati che non sforano le pagine dei giornali sull’impennata dell’export, sulla riorganizzazione innovativa dei distretti industriali, sulla crescita della qualità della vita nei centri di medio e piccolo insediamento, sulla continua integrazione del volontariato e dell’associazionismo nel welfare comunitario.
È un mondo complesso, che ha fronteggiato benissimo le pesanti crisi degli ultimi decenni e che non può essere scomparso improvvisamente solo perché non piace ai francofortesi. E allora sollecitiamo i suoi soggetti a un protagonismo pieno, sanguignamente collettivo, corale e non delegato, capace di mobilitare energie, convincimenti e impegni di base. Lo sviluppo non si fa per decreto ma con la mobilitazione di milioni di persone, come avvenne nel Dopoguerra e negli anni Settanta. E serve far crescere lo spazio di chi rappresenta quei convincimenti e quegli impegni minuti ma di massa, nella consapevolezza che oggi la verticalizzazione non paga, rischia solo di invadere il campo della politica e dei suoi cambiamenti, lontano da quel passo lento che è tipico della rappresentanza sociale.
Giuseppe De Rita