Annalena Benini, Corriere della Sera 23/09/2011, 23 settembre 2011
CI INSEGNA A TENERE INSIEME LE NOSTRE VITE IMPERFETTE
Penso che sia stata (dolorosamente) felice. Artemisia Gentileschi ha inseguito i suoi sogni per tutta la vita, e ha scelto ogni giorno di essere quello che era. Una grande pittrice, una donna libera. Nel milleseicento, quando le cose erano un po’ più complicate di adesso.
Una ragazza non poteva entrare in una scuola di pittura o decidere di fare carriera, una giovane donna non poteva pensare di sopravvivere ai pettegolezzi, alla cattiva fama, ai pregiudizi, una figlia non poteva ribellarsi al destino scelto per lei dal padre (che le impediva perfino di affacciarsi alla finestra), e non doveva decidere chi amare. Artemisia fece tutto questo e molto di più (incidentalmente fece anche processare un pittore amico di famiglia per stupro, offrendo in cambio le proprie dita, il bene più prezioso, da torturare con le corde per dimostrare che stava dicendo la verità: questa storia terribile è diventata poi un simbolo femminista e ha amplificato la fama di Artemisia Gentileschi, che però non era Giovanna d’Arco, ma una donna che lottava per affermare se stessa).
A leggere di questa vita avventurosa e moderna, mai sazia, torna in mente l’esortazione di Steve Jobs agli studenti di Stanford: «Siate affamati, siate folli». Viaggiare, sposarsi, partorire, litigare, innamorarsi di un altro, farci un’altra figlia, crescerla da sola, e intanto la gloria, le calunnie, aprire una bottega, dare ordini, continuare per tutto il tempo a dipingere e a fronteggiare la diffamazione e il sospetto di uomini e donne. Infastiditi dalla spavalderia, dal successo, dall’indipendenza. Sgomenti davanti a una ragazza che si appassiona alla propria vita, senza mai diventare un uomo. Era la grandezza femminile che si manifestava impetuosa, e il pubblico non era preparato a una tale esplosione di vita (nemmeno il padre di Artemisia, il pittore Orazio Gentileschi, lo era, e pur amandola morbosamente e riconoscendone il talento con oscura gelosia, cominciò a chiamarla «puttana» quando aveva diciassette anni e la sua bellezza turbava via Margutta, come scrive Alexandra Lapierre nel romanzo «Artemisia»).
Artemisia ha infranto le regole, ha innovato e ha vinto: anche Susanna vince, nel quadro, contro «i vecchioni»(lei bella, carnosa, arrabbiata, scaccia i due rompiscatole come si scacciano le mosche).
Essere affamata e folle l’ha tenuta concentrata sulla propria arte e sui propri amori, le ha impedito di abbandonarsi al gioco di società delle insinuazioni. Da cui ha invece dovuto difendersi (oppure fregarsene), per sempre. È qualcosa che ha a che fare con il tipo di risposte che si decide di dare alla vita, e riguarda tutte le donne, soprattutto adesso che sembra così facile, perfino doveroso, dividerle in buone e cattive (per bene e per male, giuste e sbagliate, morali e immorali), adesso che pare perfino di doversi scusare, giustificare (noi e non gli uomini, naturalmente), distanziare da un’immagine femminile piuttosto antica, quella delle ragazze che vendono la loro bellezza.
Artemisia Gentileschi rispondeva al male (alle invidie dei pittori, ai pettegolezzi delle altre donne, al cupo furore del padre e alle calunnie) con il bene: i quadri, l’arte, il lavoro febbrile, l’eccezionalità e anche gli eccessi (guadagnava molto, si indebitava spesso). Tenere insieme la propria vita imperfetta ogni giorno, di donna, di madre (madre single perfino), di scandalosa signora che fissa la tela sul telaio e tiene una corrispondenza epistolare con Galileo Galilei, anche di lì è passata la superiorità della differenza. E passa ancora da tutte queste cose e dalla capacità di coordinarle con grazia, normale isteria con crisi di nervi e ribellione continua agli stereotipi.
Lei ce l’ha fatta in un secolo ostile (e probabilmente non vorrebbe affatto essere sbandierata e usata come simbolo, perché era una guerriera che mirava alla realizzazione di sé e al superamento dei suoi mostri), quindi le donne di oggi possono farcela molto di più (e ce la fanno ogni giorno), in ogni campo, contro ogni ostacolo, però liberandosi, loro per prime, come sempre per prime, dei pregiudizi.
Annalena Benini