Paolo Di Stefano, Corriere della Sera 23/09/2011; Carlo Emilio Gadda, ib., 23 settembre 2011
2 articoli - E GADDA SI PERSE NEL LABIRINTO EDITORIALE - Ogni tanto torna, l’Ingegnere, e noi siamo ben contenti di accoglierlo, con le sue idiosincrasie, le sue bizze, le sue cerimoniosità a volte un po’ ridicole
2 articoli - E GADDA SI PERSE NEL LABIRINTO EDITORIALE - Ogni tanto torna, l’Ingegnere, e noi siamo ben contenti di accoglierlo, con le sue idiosincrasie, le sue bizze, le sue cerimoniosità a volte un po’ ridicole. Ora siamo contenti doppiamente, perché Carlo Emilio Gadda torna due volte: con i racconti degli Accoppiamenti giudiziosi, prima tappa dell’annunciato trasloco presso casa Adelphi, e con i nuovi «Quaderni dell’Ingegnere», secondo numero della nuova serie, pubblicata dalla Fondazione Pietro Bembo / Guanda. C’è di che impazzire di gioia, per un gaddiano, a sfogliare la nuova edizione degli Accoppiamenti (esemplarmente curata da Paola Italia e Giorgio Pinotti): e non solo perché vi si ritrovano brani a dir poco esilaranti, in cui viene messo alla berlina il mondo grottesco della borghesia milanese, la sua «saggezza moraleggiante... e stentatamente grammaticante» (quella borghesia di cui Gadda, per sua stessa ammissione, avrebbe desiderato essere il Robespierre). Non solo, dunque, per rileggere pezzi indimenticabili come L’incendio di via Keplero o San Giorgio in casa Brocchi, ma per gustarsi, nella succosa Nota al testo, lo spettacolo dell’Ingegnere alle prese con il garbuglio editoriale di cui fu, per tutta la vita, artefice e vittima consapevole. Non c’è editore a cui Gadda non abbia fatto promesse non mantenute, ma talvolta è dalle promesse non mantenute e dal tentativo di porvi rimedio che nascono frutti imprevisti, magari adattati alle esigenze di una committenza non sempre paziente. È il caso della raccolta dei diciannove «accoppiamenti», consegnati a Livio Garzanti nel 1963, una nuova silloge di racconti o «studi», come si vuol chiamarli, che ampliava le Novelle dal Ducato in fiamme uscite da Vallecchi un decennio prima. Perché quello gaddiano è un laboratorio di materiali perennemente in uso, un’officina che non prevede manufatti finiti una volta per tutte. Il ’63 è l’anno gaddiano per eccellenza: una tregua tra Garzanti e Giulio Einaudi aveva sancito che nel giro di poco sarebbero apparsi gli Accoppiamenti con l’editore milanese (al quale si doveva il successo del Pasticciaccio nel ’57) e le riproposte dell’Adalgisa e della Madonna dei filosofi con lo Struzzo. Ma soprattutto, oltre alle ristampe dei vecchi titoli, il «divo Giulio» si era assicurata, sotto l’egida di Contini, La cognizione del dolore. La tregua armata era giunta dopo un’«ariostesca Discordia», dovuta al fatto che Gadda a suo tempo aveva imprudentemente garantito a Garzanti una seconda puntata del Pasticciaccio. L’«esito valanga» di quel libro lo faceva sentire ormai, con tutte le angosce del caso, come «una specie di Lollobrigido, di Sofio Loren» inseguito dagli editori e terrorizzato dalla «gazzarra pubblicitario-giornalistico-mondano-rinfrescosa» che si preannunciava con quelle uscite concomitanti. Insomma, l’«autoantologia» degli Accoppiamenti è il prezzo che l’Ingegnere deve pagare al risentimento che macerava il «dottor Livio», tradito e abbandonato sul più bello: «Mi sono cacciato in un ginepraio di amanti finti, di fataloni imbronciati (...)», scriverà Gadda all’amico Pietro Citati. Ora, grazie anche ai documenti conservati nell’archivio dell’erede Arnaldo Liberati, quell’intrico viene sciolto con pazienza da Italia e Pinotti. Così come viene ricostruito l’iter dei vari slittamenti nella consegna dovuti al faticoso lavorio di rielaborazione teso ad aggirare il sospetto (dell’editore) che si trattasse di una mera ristampa: il che comportava una selezione rigorosa dei vecchi testi e innesti di «nuovi temi, adeguatamente svolti». Con la curiosa conseguenza che nella silloge garzantiana si troveranno pure un paio di brani tratti dalla Cognizione ormai einaudiana. I due filologi ricostruiscono poi l’intrigo editoriale che (questa volta con Vallecchi) aveva dato origine, nel ’53, alle Novelle, anche queste venute fuori come «rimedio» per un progetto romanzesco promesso (pagato dall’editore) e mai realizzato. Cui si aggiunge un altro increscioso «affaire» con Valentino Bompiani risalente al ’45. In Appendice vengono recuperati i primi abbozzi dell’Incendio e un inedito soggetto cinematografico annunciato nel ’56 a Garzanti e che chiarisce il progetto del racconto eponimo. Paolo Di Stefano «ALCUNI LO CHIAMAVANO EL SCIOR CARLO». SOFFERENZE AUTOBIOGRAFICHE E CARICATURA - Aveva un terrore fobico per Giosuè Carducci, sebbene il pover’uomo, in quegli anni, fosse già completamente paralizzato: e con una lingua estremamente pastosa diceva di lui «l’è on framasson, eco cosa l’è». Qualche volta soggiungeva: «ghe le disi mì!»: ma non sempre. Gli interlocutori tacevano rispettosamente, anche perché non tutti erano in grado di «giudicare un Carducci». Portava la ventriera, una maglia di lana ch’egli soleva chiamare «giponin de lana», come, del resto, la quasi totalità dei suoi coinquilini: e richiesto se non fosse il caso, venuta la buona stagione, eccetera eccetera, si animava improvvisamente di vecchia saggezza lombarda «April, nanca un fil! Mag, adag» ed era capace anche di sputare «Giugn, derva el pugn» e così fino alla consumazione dei 12 mesi. Seguivano i «nostri vecchi» e altre sacre memorie, in compagnia delle quali regrediva talora fin a Maria Teresa. Di notte russava leggermente, ciò che faceva dire alla zia «el ronfa on po’, ma l’è on gran bravo omm». La zia non era del tutto scontenta: in quanto il taciturno marito le lasciava combinare certe conversazioni con la contessa Strepponi o con la Irene Manusardi che duravano dalle 2 alle 8 del pomeriggio. «Coi omen, se sa, ghe voeur pazienza». D’altronde egli era uno dei quarantadue o quarantatré lombardi che nel 1902 sapessero pronunziare la z. L’ultima lettera dell’alfabeto, infatti, è il primo gradino per un lombardo verso le Arti e le Scienze: nelle quali (dico bene?) eccelse (o eccellette?) Dante. Carlo Hvedzckà lo aveva conosciuto da bimbo: da esile bimbo cui incombeva l’obbligo di venerare il Minghetti sigaro, la cenere del Minghetti, il fumo del Minghetti e l’odore del Minghetti, e di stare un’ora silenzioso, senza dire, senza desiderare senza chiedere, e senza sperare nulla, e soprattutto senza aver bisogni fisici di nessun grado, a tu per tu con le mutande di Liverpool, seduto su uno sgabello dal quale la suola della scarpa della gamba accavallata dello zio Carlo si palesi una delle più solide e intelligenti suole di scarpe di tutta la Lombardia. Il calzaturificio di Varese non esisteva ancora, quello di Tradate nemmeno, ma la suola era senza alcun dubbio una suola di scarpa a cui era congiunto (…) lo zio Carlo. Qualche volta lo zio parlava della Cassa di Risparmio (delle Provincie Lombarde), qualche volta della Banca Popolare di Milano, qualche volta dell’Unione Cooperativa, di cui era azionista «tant per incoragià»: una caratura di trentacinque azioni da una lira cadauna. Altre volte diceva: «Ouei! Me par che faga on poo freschin», quando la temperatura era effettivamente discesa di tre o quattro gradi: e si dava una fregatina alle mani gonfie. Alcuni lo chiamavano el scior Carlo, altri el ragionier Introini, altri el ragionatt, altri el ragionatt de l’Intendenza: ma a nessuno mai era balenato il sospetto che alla sua natura potesse venir aggiunto un qualche cosa. Che cosa si può aggiungere ad una natura? La natura dello zio si chiudeva in sé, come tutte: descriveva il cerchio armonioso del suo essere, era stata un momento una pausa dell’essere. Egli aveva letto dei certificati dell’Ufficio delle Ipoteche che lo riguardavano su piastrelle rosse esagonali alcune delle quali oscillanti sotto il suo tacco, aveva letto il Corriere della Sera durante sedici anni senza risentirne alcun disturbo, aveva brontolato qualche volta, perché al giponin mancava un bottone o perché el rost de coin si era carbonizzato a babordo: qualche altra volta «aveva preso freddo al ventre», cosa molto in uso allora nelle otto province lombarde; e si era sentito in obbligo di far onore al freddo che aveva preso al ventre di alcune (…) magniloquenti scariche di dissenteria, che erano parse non già indecenti, ma estremamente pietose alla vecchia Marietta dietro la porta scaltra, che tutti capivano e sentivano benissimo che era poi nient’altro che la porta del cesso. «Oh car Signor! | Cara Madonna!» sillogizzava fra sé la vecchia domestica fuggendo dall’artiglieria «el poer padron el ga de vee ciapàa frecc al venter…». Carlo Emilio Gadda