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 2011  settembre 23 Venerdì calendario

E PARTE LA CACCIA AI CAPITALI. ALLARME PER SEDICI BANCHE UE

Il sistema finanziario francese è esposto sull’Italia per 304 miliardi di euro, verso la Grecia per 42 miliardi, in Spagna per 108 e fra Irlanda e Portogallo altri 35. È questa lista degna del Don Giovanni di Mozart ad aver innescato la grande fuga che oggi minaccia l’Europa più dello stesso default di Atene. È come se qualcuno, in un cinema affollato, avesse gridato «Al fuoco!»: il panico del pubblico che si ammassa all’uscita sta diventando più pericoloso dell’incendio in sé. Prima hanno venduto gli azionisti delle grandi banche di Parigi, poi i creditori sono diventati sempre più riluttanti a rinnovare i prestiti, infine i grandi depositi delle imprese hanno iniziato a preferire istituti di altri Paesi. Certo, la Francia non è la sola a vedere il proprio sistema finanziario colpito dalla sfiducia. A credere ai costi dell’assicurazione di alcune banche italiane, britanniche o spagnole, la probabilità di un incidente non sembra diversa. Non è un caso se si rincorrono le voci secondo cui le autorità europee puntano ad accelerare aumenti di capitale per 16 istituti: fra questi due tedeschi, sette spagnoli e il Banco Popolare, mentre anche quelli francesi (assenti dalla lista) stanno cercando di rafforzarsi mentre il loro valore continua a cadere a ritmi prima impensabili. Il sistema bancario europeo non appare in grado di sopportare questo livello di stress ancora a lungo, senza il rischio di un evento sismico.

Il problema per molte banche è dove raccogliere il capitale: i privati sono in fuga e gli Stati spesso sono troppo indebitati o rischiano — nel caso di Parigi — di perdere il loro vitale status di affidabilità. Restano quindi quasi solo i fondi sovrani asiatici (riluttanti) e il fondo salvataggi europeo. Ma quest’ultimo deve ancora essere approvato da tutti i Paesi dell’euro e deve poter funzionare come una banca che accede senza limiti ai fondi della Bce, in modo da disporre di risorse comunque sufficienti a calmare i mercati. Sono due passaggi dai quali dipende il futuro della nostra prosperità, sui quali Berlino non ha (ancora) detto sì.
Federico Fubini