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 2011  settembre 23 Venerdì calendario

UN FIUME DI LIQUIDITA’ DA 2.300 MILIARDI —

Ha iniziato con 1.600 miliardi di dollari. Poi, l’anno scorso, ne ha immessi altri 600. Una montagna di liquidità stampata dalla Federal Reserve negli ultimi tre anni per comprare titoli dalle grandi istituzioni finanziarie e dare così ossigeno a una «corporate America» in affanno dopo il crac Lehman. Due giorni fa Ben Bernanke ha messo di nuovo mano al portafogli, ma non per un terzo round di «quantitative easing», così si chiama tecnicamente la manovra con cui la banca centrale americana ha immesso per due volte liquidità nel sistema. Il numero uno della Fed ha acquistato sul mercato 400 milioni di dollari di Treasury Bond con scadenza inferiore ai tre anni per immetterne sul mercato altri con durata più lunga, dai 6 ai 30 anni. In questo caso non lo ha fatto per far circolare maggior liquidità nel sistema, bensì per ridurre i tassi a lungo e tentare di stimolare in questo modo la crescita ed evitare una seconda recessione.

Avrà effetto? Wall Street ha reagito male. Gli analisti sono scettici sull’efficacia di una manovra che punta ad abbassare i tassi per stimolare gli investimenti, quando il denaro costa il 2%. Portarlo all’1,8% è, insomma, il classico pannicello caldo. Però è questa la strada che ha intrapreso la Fed. Che, a dir la verità, avendo riempito il bilancio di titoli tossici e asset di dubbia qualità per toglierli dalla circolazione (in tre anni il bilancio è passato da poco meno di un miliardo a quasi 3 miliardi di dollari), non ha più molti margini per altre manovre di quantitative easing. Per chiarire, si tratta di operazioni che vengono messe in atto dalle banche centrali quando l’arsenale è pressoché esaurito, ovvero quando non c’è più margine per ridurre i tassi al fine di stimolare l’economia. Si stampa allora denaro con cui acquistare titoli dalle banche e fornire liquidità. Che poi finisca al sistema industriale non è detto. In America non è andata così. Quasi l’intero ammontare delle due manovre è rimasto nelle casse delle banche, quando queste non lo hanno utilizzato per comprare altri titoli. Alle industrie è finita solo una piccola percentuale di quella montagna di dollari. Motivo per cui l’inflazione è aumentata di poco negli Usa, arrivando al 3%. Segno che, complice anche la crisi dei consumi, il denaro fresco non ha girato. La Fed ha monitorato con grande attenzione il mercato dei prestiti per essere pronta a drenare liquidità in caso di un aumento stabile.

Da quest’altra parte dell’Oceano i problemi sono molto simili: l’economia ha ripreso a frenare rischiando una nuova recessione e le imprese lamentano la difficoltà ad ottenere credito dalle banche. Ma anche queste ultime, paradossalmente, hanno difficoltà a finanziarsi. Proprio come era successo subito dopo il crac Lehman, il mercato interbancario, dove gli istituti di credito si prestano soldi tra loro, si è quasi fermato. Anche l’afflusso dei depositi ha avuto un rallentamento. In più, se è vero che in Europa non ci sono subprime e i cds che hanno avvelenato Wall Street, c’è però la crisi dei debiti sovrani che ha trasformato i titoli di stato della Grecia in junk bond, spazzatura, e ora sta spingendo con forza in quella direzione anche l’Italia. La tensione sugli spread, il differenziale di rendimento tra i Btp e i Bund tedeschi arrivato a oltre 410 punti, sta misurando con grande precisione il problema. Che si è ribaltato immediatamente sul sistema bancario e a cascata sulle imprese che oggi pagano il «rischio Italia» quando vanno a chiedere denaro al mercato. E quindi devono pagare di più. La Bce è intervenuta con massicci acquisti di titoli di stato proprio per non mandare il sistema in cortocircuito e riportare gli spread a un livello adeguato. Da maggio dell’anno scorso l’Eurotower ha acquistato titoli di stato europei per 152 miliardi di euro, di cui la metà da agosto ad oggi in Btp e bonos spagnoli. Ma la difficoltà a trovare credito rimane. L’interbancario è «off limits» per le banche italiane, e non solo. La fiducia è ai minimi. Il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia ieri ha lanciato l’allarme: «È preoccupante — ha notato — la difficoltà delle banche italiane a finanziarsi sui mercati esteri a causa della mancanza di fiducia nell’Italia».

L’Eurotower è diventato ormai quasi l’unico fornitore di liquidità per le banche europee. Alle quali al momento ha prestato 477,6 miliardi. Al contrario della Fed, Jean-Claude Trichet sta usando però lo strumento tradizionale delle aste per non far mancare risorse alle banche. Non che all’Eurotower non abbiano pensato a manovre di quantitative easing. Lo stesso segretario al tesoro Usa, Tim Geithner, ha cercato di persuaderli a seguire l’esempio. Ma il rischio di vedere crescere l’inflazione è troppo alto. E la Bce ha statutariamente l’obbligo di vigilare sulla stabilità dei prezzi. Anche la Fed, ma con l’aggiunta che Bernanke deve istituzionalmente anche stimolare l’economia.

Anche le aste di liquidità, in teoria, possono far crescere l’inflazione. Ma per evitarlo la Bce è solita drenare periodicamente liquidità in eccesso dal mercato. Martedì scorso ne ha ritirata per 152 miliardi a fronte di 163 miliardi di euro di prestiti concessi la settimana prima. Inoltre la Bce sta sollecitando le banche a tenere il denaro come riserva o, preferibilmente, a depositarlo sui conti della Bce remunerati allo 0,7%. Per cui alle imprese, anche in questo caso, è arrivato poco o nulla dei capitali messi a disposizione da Francoforte. Le banche italiane, tuttavia, soprattutto le big come Intesa o Unicredit, si finanziano per il 70% attraverso la raccolta allo sportello e quindi hanno maggiore libertà di movimento, tanto che nell’ultimo trimestre i crediti alle imprese rilevati dalla Banca d’Italia sono aumentati del 5,2%. Ma è anche vero che nell’ultimo mese le richieste alla Bce sono aumentate: ad agosto i nostri istituti hanno chiesto prestiti per 85 miliardi di euro, il doppio di giugno. Ma c’è chi sta anche peggio: all’inizio di settembre due banche europee si sono rivolte all’Eurotower per avere 575 milioni di dollari non avendo possibilità di reperirli in altro modo. Dall’altra parte dell’Oceano nessuno sta prestando soldi all’Europa. Non si fidano. Così Trichet ha dovuto iniziare a fare anche aste in dollari, per ora a tre mesi.

Ma la liquidità di Francoforte non è gratis. Per ottenerla le banche devono fornire garanzie, i cosiddetti «collaterali». Titoli. Di Stato, principalmente. Dall’anno scorso la Bce accetta anche «covered bond», obbligazioni strutturate emesse dalle stesse banche e garantite da prestiti o mutui. All’inzio di questa settimana c’è stata un’ulteriore concessione: dal 1 gennaio del 2012 accetterà come collaterali anche titoli non trattati sui mercati regolamentati. Per le banche, quindi, problemi a finanziarsi non ce ne dovrebbero essere. Addirittura c’è chi ha liquidità in eccesso parcheggiata a Francoforte: ieri l’ammontare dei depositi «overnight» presso la Bce era di 121 miliardi. Resta il problema di come trasferire i capitali al sistema industriale. E per ora né gli Usa né l’Europa sembrano aver trovato la soluzione.

Federico De Rosa