Paolo Casicci, il venerdì di Repubblica 23/9/2011, 23 settembre 2011
SOLARE, IL RISCHIO CHE VIENE DALLA CINA
Prendete un mito dei nostri tempi, di quelli che meglio incarnano le magnifiche sorti e progressive. Passatelo al setaccio di una mente preparata e sveglia: un giovane cervello italiano all’estero. Il mito ne uscirà sfrondato degli allori, acciaccato e con qualche macchia. Un’operazione verità, insomma: dolorosa, ma opportuna. "La retorica fa danni. E di retorica sulle energie rinnovabili se ne fa troppa", dice Stefano Casertano, docente di Politica internazionale all’università di Potsdam ed ex responsabile, a 31 anni, dei progetti di riorganizzazione dei negoziati internazionali dell’Eni. Al grido di "non tutto ciò che è rinnovabile è verde", Casertano ha dato alle stampe La guerra del clima, geopolitica delle energie rinnovabili (Brioschi, pp. 250, euro 18), dove mette in guardia, tra l’altro, sui rischi connessi a migliaia di pannelli solari installati in Italia negli ultimi anni. Gli anni del boom prima dei tagli recenti, ma anche quelli in cui la generosità degli incentivi pubblici ha fatto la fortuna degli sviluppatori, gli intermediari a caccia di terreni per gli impianti, che guadagnano in percentuale ai watt installati. "Sul mercato esistono due tipi di pannelli: i policristallini, i migliori ma anche i più cari, e gli amorfi, spesso di fabbricazione cinese, meno buoni e però economici", spiega Casertano, che domenica interverrà al Festival dell’Energia in programma a Firenze. "Sono amorfi gran parte dei pannelli installati in Italia su suggerimento degli sviluppatori più spregiudicati. Alcuni sono prodotti con composti di tellurio al cadmio, sostanza classificata in Europa come velenosa. Tanto che in Germania, il Paese europeo con la più alta produzione di energia solare, esistono associazioni "per il solare non tossico" che pongono il problema dello smaltimento di questi pannelli, quando sarà l’ora di sostituirli e, in California, la Silicon Valley Toxics Coalition ha stilato una lista di produttori che istruiscono i clienti sulla corretta dismissione degli impianti". Ora, su 7 mila megawatt di pannelli solari - in gran parte amorfi - prodotti nel 2010, la Cina ne ha esportati oltre 6 mila. "Significa che l’Italia e l’Europa dipendono sempre più da Pechino. Ed è un guaio: innanzitutto, perché in Oriente la produzione di pannelli funziona a carbone, per cui la riduzione di CO2 generata nel Vecchio continente dal fotovoltaico è parzialmente vanificata dall’aumento delle emissioni in Cina. E poi perché la nostra industria sta a guardare: a parte le eccellenze, che costano, è tutto un importare tecnologia a basso costo, la cui efficacia antiemissioni può ridursi fino a due volte e mezzo quella prevista". Che fare, allora? Per Alessandro Beulcke, presidente dell’Agenzia di ricerche informazione e società, promotrice del Festival dell’Energia, "l’arrivo di imprese straniere in un settore così complesso e soggetto a normative incerte dovrebbe fare da stimolo per la costruzione di una filiera industriale italiana". Invece, per ora hanno trovato terreno fertile gli avventurieri. E la Cina, più che vicina, sembra aver piantato le radici.