NELLO AJELLO , la Repubblica 23/9/2011, 23 settembre 2011
DAI VECCHI QUIZ AI REALITY SHOW IL NARCISISMO FA SEMPRE SPETTACOLO
Tutto comincia con una copertina a colori della Domenica del Corriere. Vi campeggia un nuovo elettrodomestico, il cui nome, ricalcato sull´inglese, suona così: «televisione». È il gennaio 1954. «Rivoluzione in famiglia!», proclama la didascalia sotto l´immagine. «L´arrosto brucia, i bambini dimenticano i compiti, il papà la pipa». Gli sguardi si fissano su un luminoso rettangolo che racchiude il futuro. «Al suo apparire, più di trent´anni prima, la radio aveva suscitato molto meno apprensione», osserva Giovanni Gozzini, autore per Laterza del volume intitolato La mutazione individualista. Gli Italiani e la televisione, 1954- 2011 (pagg. 226, euro 24).
In quel ´54, i commentatori sono discordi nel giudicare la novità. Giornalisti celebri, da Luigi Barzini jr. a Paolo Monelli, parlano di «flagello» e di «spaventosa macchina». Meno funesto è il pronostico espresso da Gianni Granzotto. «La ipnosi da Tv», egli sostiene, è «una febbre passeggera». Sbagliano tutti. Per esempio, l´aggettivo «passeggero» alla Televisione si addice poco: ostilità o entusiasmo, qui da noi, non l´abbandoneranno mai. Questo libro di Gozzini vale a provarlo. A parte talune scivolate verso il linguaggio scostante di un sociologismo nutrito di statistica, è difficile immaginare una ricerca più ricca e curata. Il suo percorso va dalla tivù «pedagogica» degli inizi – proprio quella che trovò in Ettore Bernabei un fautore a livello di vertice e in Mike Bongiorno un eroe popolare – alla sua attuale versione di «industria del divertimento». Ciò che Pasolini chiamava «l´edonismo di massa», ne distingue le prestazioni a partire dagli anni Ottanta, dopo l´affermazione delle emittenti private. In questo itinerario, sostiene Gozzini, si sono verificati tre mutazioni delle quali il piccolo schermo ha subito carpito l´eco: l´aumento anagrafico dei "singles", il calo della grande industria e l´appannamento del sentimento religioso. Una triade di eventi cui se ne aggiunge un quarto, basilare: la disaffezione per la politica, sia in sé, sia nelle forme non di rado eticamente predicatorie che assumeva nei messaggi televisivi degli esordi: e ciò non è davvero una perdita. Si legge infatti con disagio un «codice di autoregolamentazione», istituito alla Rai sotto la direzione di Filiberto Guala, e redatto da monsignor Galletto, direttore del Centro cattolico televisivo. «Il divorzio – prescriveva il documento – non deve essere trattato in maniera tale da indurre a ritenerlo mezzo indispensabile per la soluzione dei contrasti tra i coniugi». Non basta: «le relazioni illegali vanno configurate come anormali e non suscitare incitamento all´imitazione», mentre «le vesti non debbono consentire nudità immodeste». Analogo oggetto di meraviglia per un lettore odierno sono le trasparenti metafore cui Ugo Zatterin, direttore del Radiocorriere, ricorre per evitare di nominare la prostituzione: «il problema sollevato dalla senatrice Merlin» o «ciò che la Merlin ha voluto distruggere».
Il passaggio dal conformismo coatto all´indifferenza etico-politica attraversa un crinale di cui il libro di Gozzini non nasconde l´asprezza. Il fatto che la tivù si sia trasformata «da maestra ad arena collettiva» non riceve da lui il favore che sembrerebbe naturale in un autore di umori presumibilmente progressisti. Lo dimostrano i giudizi negativi che egli esprime a proposito dell´aforisma neo-liberista di cui fu autrice nel 1987 Margareth Thatcher: «Non esiste una cosa come la società. Esistono gli individui maschi e femmine ed esistono le famiglie». Ma neppure lo soddisfano le trasmissioni curate da Michele Santoro, a partire da quella Samarcanda che segnò a suo parere la «vocazione populista» della Terza rete. E a questo proposito l´autore non risparmia giudizi drastici: nella «piazza televisiva» la politica diventa «teatro e colosseo: clamore, urla, lacrime, chiacchiere, applausi e fischi a scena aperta», e va finire che «lo spettatore si limita a fare il tifo e a seguire passivamente un copione scritto da altri». Questi programmi «di protesta» sembrano della grana di sceneggiati quali Dallas, o di esibizioni di reality tipo Il Grande Fratello, impensabili senza «la caduta della partecipazione e dell´impegno politico tradizionali».
Nel paese, e con fatali riflessi in tivù, è nata intanto una «terza Italia»: al Nord e al Sud, antagonisti storici, si è aggiunto il Nord-est, gremito di piccoli imprenditori, individualisti, a un tempo moderati e protestatari. È uno dei cento particolari del quadro nel quale si inserisce la discesa in campo di quell´organismo macchiato di cattiva televisione che si chiamerà Forza Italia, e più tardi «Polo (poi Casa, poi Popolo) delle Libertà». Certo, dirlo così pare troppo semplice: ma è proprio sulla natura e l´efficacia del berlusconismo, nato accanto al trionfo del suo leader nel piccolo schermo, preparatogli da Bettino Craxi, che Gozzini scrive le sue pagine più penetranti nel loro radicalismo. Gli stessi «animal spirits» che presiedono alla nascita delle emittenti private, lo stesso «populismo declinato in forme antipolitiche» che fin da principio ne fu l´essenza, si è trasfuso nella storia di un´azienda diventata partito. La «scompostezza dei metodi di governo» riflette da vicino quella «maleducazione culturale» di cui il piccolo schermo offre lezioni. Il verdetto appare perentorio, ma non lontano dal vero.
Immaginare come eterna e immutabile la vicenda di questi legami fra l´Italia e il teleschermo è forse irrealistico. «Morte della televisione?» è infatti la domanda che l´autore si pone nelle sue ultime pagine, scrutando l´enorme diffusione, specie fra giovani, dei "social networks", strumenti insieme d´informazione e di reclutamento. Ed ecco la risposta: «Come sempre accade nella storia della comunicazione, i nuovi media non cancellano i vecchi, li obbligano a rifondarsi, ma non ne decretano mai la scomparsa». Magari attentano al loro monopolio fra il pubblico. Un monopolio che, per quello che la tivù – stando a questo libro – ha prodotto, non andrebbe rimpianto.