Edoardo Castagna, Avvenire 23/9/2011, 23 settembre 2011
L’8 SETTEMBRE DEI PRIGIONIERI
Tutti fascisti, naturalmente. Centinaia di migliaia di prigionieri di guerra italiani, che dopo l’8 settembre rifiutarono di “collaborare” con gli Alleati che li avevano catturati, furono sbrigativamente liquidati dalla vulgata storiografica del dopoguerra. E dimenticati. Invece le loro storie, com’è ovvio che sia in una così grande massa di persone, furono diverse, complesse, sfumate; a richiamarle alla memoria provvede ora il nuovo libro di Arrigo Petacco, giornalista da anni dedito a tempo pieno alla ricerca e alla divulgazione storica: Quelli che dissero no (Mondadori, pagine 180, euro 19,00), in libreria da martedì prossimo.
Allora: tutti fascisti?
«Assolutamente no. Fu una questione di carattere: erano ragazzi di ventiquattroventicinque anni che avevano combattuto contro gli inglesi fino al giorno in cui erano stati catturati e che poi, nei campi di prigionia, erano stati trattati dall’alto in basso dagli altezzosi soldati britannici. E infatti anche i lavori cui erano destinati erano umilianti: facchinaggio, bassa manovalanza. Per questo tanti soldati, e quasi tutti gli ufficiali, risposero no alla richiesta di collaborazione. Fu più che altro una questione di dignità».
Però qualche fascista ci sarà pur stato, no?
«Certo, c’erano anche i fanatici: e furono quelli che rimasero irriducibili fino all’ultimo. Ma erano solo una parte dei trecentomila – su seicentomila – prigionieri di guerra italiani che rifiutarono di collaborare, almeno inizialmente. Con il passare dei mesi il rifiuto di molti, fascisti e non, mutò però segno, un po’ per convincimento, un po’ per un ambiguo appello di Badoglio, un po’ nella speranza di un più rapido rimpatrio. Quelli che rimasero arroccati nel rifiuto fino alla fine furono circa cinquantamila. Tra loro anche nomi celebri, come quelli del pittore Alberto Burri o degli scrittori Giuseppe Berto, Dante Troisi e Gaetano Tumiati, e politici di ogni colore: una bella fetta del futuro Msi, naturalmente, ma anche un Giovanni Dello Jacovo, in seguito parlamentare Pci».
Nelle liste dei prigionieri di guerra figurano anche Walter Chiari, Raimondo Vianello, Ugo Tognazzi, Giorgio Albertazzi...
«Sì, ma la loro è un’altra storia.
Quelli erano i volontari della Repubblica sociale; una volta fatti prigionieri, rimasero per lo più in Italia. Comunque, anche ai pochi repubblichini che finirono in America – per esempio, un gruppo della X Mas fatto prigioniero ad Anzio – non fu mai chiesto di collaborare: si dava per acquisito che fossero altrettanti “no”».
Ma a che cosa dovevano rispondere «sì» o «no»?
«Sostanzialmente, alla richiesta di rinunciare alla tutela prevista dalla Convenzione di Ginevra per i prigionieri di guerra, che vietava di farli lavorare se non in ambiti del tutto slegati dalle esigenze belliche. Con la rinuncia, i prigionieri italiani diventavano preziosa manodopera semigratuita: per questo gli americani e, soprattutto, gli inglesi non risparmiarono gli sforzi per convincerli».
In che modo?
«Con la propaganda, prima di tutto. Ma anche con false promesse, con lusinghe, poi con minacce. E, alla fine, con vere e proprie torture».
Da parte degli inglesi?
«Sì, ma indirettamente.
Soprattutto in Kenya, gli irriducibili venivano frustati a sangue; ma la mano era quella di altri italiani, “badogliani”: gli ufficiali inglesi non si facevano nemmeno vedere, come si premurarono di far dichiarare ai testimoni. Ma peggio ancora andava a chi finiva nelle mani della “Francia libera” di De Gaulle».
Cioè?
«I francesi erano inferociti contro gli italiani, del resto comprensibilmente, per via della “pugnalata alla schiena”, l’aggressione alla Francia quando questa era già sul punto di capitolare alla Germania. Ma la Francia libera non era uno Stato, e a rigore non avrebbe dovuto detenere prigionieri di guerra – e infatti non ne aveva: De Gaulle puntò i piedi e ne pretese una quota. E l’ottenne. Circa quarantamila italiani finirono nei campi del Nordafrica, in balia della violenze più efferate perpetrate dalla soldataglia marocchina».
Nel libro accenna anche a un progetto inglese per un’“Italia libera”, omologa al movimento gollista, da affidare proprio a un prigioniero di guerra, sia pure d’eccezione: l’ultimo viceré d’Etiopia, il duca d’Aosta...
«Sì, è una vicenda di cui si sa poco, e della quale parlo per la prima volta».
Però è noto che, quando il generale Pesenti suggerì al duca di firmare una pace separata, questi rispose: «Meriteremmo di essere fucilati entrambi: lei per le parole che ha pronunciato e io per averle ascoltate»...
«È vero, ma la storia non finì lì. A parte il fatto che Pesenti non solo non fu punito, ma riuscì perfino a rientrare a Roma, risulta che prima della capitolazione dell’Etiopia italiana il duca ebbe diversi contatti con vari ufficiali britannici, agenti dell’Intelligence Service e suoi vecchi compagni di studi. Sapevano di poter far leva sulle tendenze filobritanniche del duca, sul suo aristocratico antifascismo e sulla nota rivalità con il ramo principale di casa Savoia. Poteva essere un modo per salvare la monarchia – gli inglesi l’avrebbero infatti difesa fino all’ultimo – e al tempo stesso per coagulare un esercito di liberazione italiano. Ma il disegno di Churchill sfumò, poiché il duca morì da lì a poco e non fu possibile individuare un sostituto all’altezza».