Varie, 22 settembre 2011
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• Minneapolis (Stati Uniti) 4 novembre 1956, Wormsley (Gran Bretagna) 5 febbraio 2011 • «[...] una vita tragica segnata dal drammatico rapimento in Italia nel 1973. Paul, allora diciassettenne, vive a Roma e frequenta le zone del centro storico. I banditi lo hanno puntato, lo seguono e non è difficile per loro farlo sparire. È il 10 luglio. Inizia un caso che conquista subito le prime pagine dei giornali. Il ragazzo è nipote del famoso petroliere americano John Paul senior — un nababbo con un patrimonio immenso— e la richiesta di riscatto è adeguata: 17 milioni di sterline. La mamma di Paul convoca i giornalisti e annuncia che la famiglia è pronta a pagare. Ma non ha fatto i conti con il patriarca, l’uomo d’oro. Il nonno si oppone, non è disposto a sborsare neppure un centesimo. I rapitori non cedono e accrescono la pressione. Spediscono al quotidiano Il Messaggero una lettera che contiene l’orecchio mozzato di Paul e un messaggio dove si invita la famiglia a non perdere altro tempo. Quindi arriva una seconda missiva — questa volta alla madre — con una foto del ragazzo accompagnato da poche righe. Drammatiche: “Se dopo questa lettera non succederà nulla aspetterò la morte a soli 17 anni”. A questo punto, John Paul accetta il negoziato con i banditi, una gang della n’drangheta calabrese. Una trattativa che si chiude dopo cinque lunghi mesi. I Getty pagano un riscatto che supera il miliardo e mezzo e i rapitori rilasciano l’ostaggio vicino a Lauria, sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Una volta in libertà, Paul deve recuperare lo stato fisico. Non è facile. La prigionia è stata un inferno. E poi c’è la lite con il nonno che pretende la restituzione della somma versata per il riscatto. Con l’aggiunta degli interessi. I rapporti si complicano dopo la decisione di Paul di sposare Martin Zacher: invano il nonno tenta di opporsi. Inoltre la sua rabbia cresce quando scopre che il nipote abusa di droga e alcol. Alla fine lo disereda. Nell’81, a soli 25 anni, in seguito ad un cocktail di tranquillanti e liquori, Paul subisce un ictus che lo lascia paralizzato e cieco. [...]» (G. O., “Corriere della Sera” 6/2/2011) • «Di lui, gli italiani di una certa età ricordano i suoi riccioli che nascondevano una cavità proprio all’attaccatura del collo. Non aveva più l’orecchio destro, gliel’avevano mozzato. Mutilato dai suoi sequestratori, dei calabresi. Ogni sera al tg in bianco e nero appariva quella faccia di ragazzino ricco e disperato, era il nipote dell’uomo che al mondo aveva più soldi, il petroliere Paul Getty. Anche lui si chiamava Paul come il nonno, Paul Getty III, erede di un´immensa fortuna che però non gli ha mai regalato una vita bella. Dopo quasi tre decenni di paralisi e cecità per una miscela di alcol e droga, il discendente di quello che era considerato allora il più grande impero economico del pianeta se n’è andato nella sua dimora del Buckinghamshire, nel sud dell’Inghilterra. Paul aveva cinquantaquattro anni, da quasi quaranta era un sopravvissuto. All’eroina. Alla ’Ndrangheta. Ai suoi tormenti. “Ho 14 nipoti, se cacciassi fuori un centesimo avrei 14 nipoti rapiti”, è la prima dichiarazione ufficiale del famosissimo nonno quando Paul, la notte del 10 luglio 1973, non rientra nella sua casa di Roma. Sua madre Gail pensa subito al rapimento. Ma qualcuno dice che è uno scherzo di Paul, qualcun altro sospetta che Paul voglia spillare un po’ di denaro al nonno, noto per la sua avarizia nonostante un patrimonio personale di mille miliardi di lire più le sue compagnie valutate almeno altri tre mila miliardi. Lui è un ribelle, veste come un hippy e vende collanine tra Piazza Navona e Trastevere, le fa con le sue mani, tutti lo conoscono fra quei vicoli, i capelli lunghi, le fughe a Marrakesh, le espulsioni dalle scuole più esclusive d’Europa. Un’esistenza al limite, sopra il limite. Ha appena compiuto 16 anni e la notizia del suo rapimento finisce in cronaca su due colonne. L’Italia ha altro a cui pensare. Sta precipitando nella sua stagione più buia. Il colera di Napoli, la crisi petrolifera e le domeniche a piedi, le bombe nere e i tentati golpe, l’inflazione che sfonda il 20%. Passano settimane di silenzio prima che il “caso Getty” conquisti le prime pagine e cominci ad appassionare e a impressionare milioni di italiani. Paul è stato preso da alcuni mafiosi calabresi - sarà uno dei primi sequestri di persona della ’Ndrangheta, si fermeranno a quota 147 nel 1991 - che alla fine di luglio fanno sapere quanto chiedono per liberarlo: 2 miliardi. I miliardi poi diventano 10, dall’America arrivano detective privati ingaggiati dalla famiglia, la polizia mette sotto controllo i telefoni della madre Gail nella sua boutique ai Parioli e scopre così che è in contatto con i rapitori. Il vecchio, nonno Paul, non vuole scucire neanche un dollaro e in Italia c’è chi lancia una “sottoscrizione popolare” per pagare il riscatto. È una guerra di nervi. Dura mesi. La svolta c’è il 14 novembre del 1973, quando alla redazione de Il Messagero viene recapitato un plico con un ciuffo di capelli e un orecchio. Otto giorni dopo una telefonata avverte il centralinista de Il Tempo: “Ci sono alcune fotografie di Paul sull’autostrada Roma-Napoli, vicino a Valmontone...”. Cinque polaroid dentro un barattolo. Le foto del ragazzo con l’orecchio mozzato. C’è anche un messaggio: “La famiglia più ricca del mondo dimostra di essere anche la più Caina”. E i rapitori minacciano altre mutilazioni. Dalla sua reggia il nonno finalmente cede. La madre tratta con i sequestratori, il 12 dicembre un emissario dei Getty consegna il denaro: un miliardo e 700 milioni di lire. Settantadue ore dopo, il ragazzo - nel giorno dell’ottantunesimo compleanno di Paul I - viene rilasciato fra la Basilicata e la Calabria, vicino a Lauria. Cinque mesi di prigionia, 158 giorni. “Sei Paul Getty?”, gli chiede il capitano dei carabinieri che lo ritrova quasi assiderato. Risponde: “Paul Getty III... dopo Daddy, mio padre che è il secondo e dopo Paul, mio nonno che è il primo”. Le indagini portano a tutto e a niente: alla ’ndrangheta. I Piromalli. I Mammoliti. I Nirta. Il processo finisce con due condanne per i favoreggiatori e all’assoluzione per i boss. Le banconote servite per pagare il riscatto spariscono, probabilmente destinate all’acquisto di coca colombiana. Dopo il sequestro Paul lascia l’Italia per gli Usa. Il nonno vuole indietro da lui i soldi del riscatto più il 4 per cento di interessi annui. Nel 1981 è inchiodato su una sedia a rotelle per una “bomba” di stupefacenti che gli provoca un ictus. Fa causa al padre che non paga 25 mila dollari di spese mediche mensili e poi la lunghissima agonia. Il suo nome è finito l’ultima volta sui giornali italiani [...] quando uno stilista - per la sua collezione primavera-estate 2011 - si è ispirato proprio a lui. Al povero Paul, un “gipsy deluxe”, uno zingaro chic» (Attilio Bolzoni, “la Repubblica” 8/2/2011) • Vedi anche Michela Proietti, “Corriere della Sera” 8/2/2011.