Varie, 22 settembre 2011
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Enthoven JeanPaul
• Mascara (Algeria) 11 gennaio 1949. Critico letterario (del settimanale “Le Point”). Direttore delle edizioni Grasset. Ebbe una relazione con Carla Bruni, «[...] che in un momento di distrazione gli fu veloce compagna preferendogli poi il meno seduttivo ma più giovane figlio Raphael [...]» (Natalia Aspesi, “la Repubblica” 26/9/2008) • «[...] “Di Carla Bruni non parlo. [...]”. L’allusione è alla loro storia d’amore conclusasi quando l’ex modella lo ha lasciato per il giovanissimo figlio Raphaël, da cui ha avuto un bambino [...] origini ebraico-olandesi-algerine [...] dichiara di avere “odiato l’Algeria” e aver vissuto la sua indipendenza “come una liberazione” [...] strettissima amicizia con Bernard-Henri Lévy sopravvissuta a più di una tempesta [...] spirito di opposizione che lo ha portato a prendere le distanze dagli amici della gauche quando Mitterrand ha dato loro il potere [...] non esita a dire che quelle che lo rendono più felice sono le donne “di lusso”. Come Patrizia della Giovampaola, marchesa de Belsunce e principessa d’Arenberg, bellezza di Montepulciano esportata a Punta del Este, Parigi e Buenos Aires, che negli ultimi anni è la sua sfavillante e — cosa assai meno ovvia — simpaticissima compagna. Del suo vero padre, ebreo olandese trapiantato in Algeria, Jean-Paul Enthoven racconta che “era un gran giocatore, pieno di debiti e di problemi con la famiglia, e per questo si arruolò nella legione straniera. Ne uscì dopo cinque anni, tornò in Olanda, ricevette un’accoglienza atroce, e avendo amato l’Algeria e il sole, ritornò in quel Paese dove acquistò una Citroën con l’intenzione di diventare tassista. Questo accedeva all’epoca in cui André Citroën voleva portare la sua industria in Africa. Un giorno crollò una diga, ci fu uno scompiglio terribile, mio padre si diede un gran daffare a trasportare gli sfollati, i giornali ne parlarono, e André Citroën, che si trovava nella zona ed era anche lui un giocatore, chiese di incontrare l’uomo che stava facendo una pubblicità fantastica alla sua impresa. Diventarono grandi amici e mio padre assunse il ruolo di alter ego di Citroën per l’Algeria e l’Africa. Parlo di investimenti, di meccanizzazione dell’agricoltura...”. Una sorta di agente, dunque. “Sì ma un agente molto speciale, se si pensa che alla fine, quando Citroën è morto, è stato mio padre a pagare i suoi debiti di gioco”. La madre, ebrea algerina di origine spagnola, figlia di giuristi e donna colta, chiama il figlio Jean-Paul in onore di Jean-Paul Sartre. “Ed è per questo che la prima cosa che ho fatto quando a dodici anni ho lasciato l’Algeria in quell’esodo tragico che ha visto milioni di francesi partire, è stato andare nella piazza di Saint-Germain-des-Près a guardare le finestre illuminate dell’appartamento di Sartre. [...]”. Siamo nel 1962, Parigi è una promessa, Jean-Paul uno studente brillante. Nel giro di qualche anno si laurea in scienze politiche, prende un dottorato in diritto e ottiene un posto alla Sorbona che lascia quando Pierre Nora, il grande storico della memoria che lo ha preso sotto la sua ala, lo presenta a Jean Daniel che lo chiama al “Nouvel Observateur” a dirigere le pagine culturali. “Rimango lì dieci anni e mi diverto moltissimo: era l’epoca d’oro delle scienze umane, Foucault, Le Roy Ladurie, Duby eccetera. Solo che alla vittoria della sinistra nell’81, dopo avere praticato per tanto tempo una cultura d’opposizione, vedo i miei amici diventare ministri o ambasciatori — Jack Lang, Michel Rocard, Gilles Martinet — e la cosa mi sembra bizzarra. Per me era impensabile che si potesse entrare al servizio dello Stato. Non mi sento più a mio agio all’‘Observateur’. E lascio”. Passa a “Le Point” [...] Il seguito è una “faccenda di sport”. Nel corso di una partita a tennis con Jean-Luc Lagardère, il padrone della casa editrice Hachette gli offre un posto di direttore editoriale. Lui accetta, ma poco dopo un altro giovane brillante di origine ebraico-algerina, Bernard-Henri Lévy, lo chiama da Grasset: direttore editoriale. “La mia storia professionale dal 1989 non è più mutata. E se mi chiede come posso essere allo stesso tempo critico letterario ed editore [...] rispondo che è molto semplice. Non ho mai scritto di libri pubblicati da Grasset. Per autodifesa, più che altro” [...] Dunque la sua amicizia con Bernard-Henri Lévy non risale ai tempi d’Algeria. “No, ci siamo conosciuti a Parigi molto più tardi. Però suo padre e io veniamo dalla stessa città, Mascara. È il luogo dove ho visto la testa del mio migliore amico rotolare ai miei piedi e mio padre uccidere un uomo. Accadde alla prima di Moby Dick di John Houston, in un cinema di proprietà di mio padre. Quelli dell’Fnl, che chiamavamo terroristi, avevano invertito l’ordine delle lettere del titolo, per cui quando la sera si accesero le luci apparve la scritta al neon ‘Mody Bick’ [...] Mody come maudits, maledetti, e Bick come bico, arabi. Arrivò un commando suicida, esplosero granate, ci furono dei morti. Due membri del commando furono linciati e un terzo uscì correndo dal cinema. Io ero fuori con mio padre, che come sempre era armato, e lui lo ammazzò sotto i miei occhi. Anche se avevo soltanto otto anni, per me Mody Dick era Melville, era la letteratura. Ora era anche la violenza, la morte, voilà [...]”» (Livia Manera, “Corriere della Sera” 18/5/2010) • Prima della storia con la Bruni, il figlio era sposato con Justine Lévy, figlia di Bernard-Henry («[...] tutti hanno detto che era un modo per sposarci noi due, il che era un’idiozia totale, anche perché eravamo entrambi contrari a quel matrimonio [...]»).