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 2011  settembre 22 Giovedì calendario

UNA MOSSA SCONTATA PER COMPRARE TEMPO

«La Borsa spera in un’ulteriore mossa espansiva della Fed». Questo il commento dalle sale operative delle grandi banche d’affari. Un refrain "cantato" nel pomeriggio di ieri? No, o meglio, non solo. Il leit motive, a ben vedere, era già intonato da diversi economisti in quel di Jackson Hole, nel 2010. Insomma, più di dodici mesi fa. Eppure, nonostante il tempo trascorso (ma il discorso può allungarsi su diversi anni), il ritornello resta quello: il mercato è appeso alla droga-liquidità della Banca centrale americana. Ieri sera Ben Bernanke, confermati i tassi a zero fino al 2013, ha dato il via al «ballo» del twist: 400 miliardi per acquistare titoli di stato a lungo termine, e vendere quelli a breve. L’obiettivo? Far salire le quotazioni delle duration maggiori (cui sono legati i saggi sui mutui residenziali) per schiacciarne i rendimenti. Così, da un lato si offre una boccata d’ossigeno ai mutuatari-consumatori statunitensi; dall’altro si spinge l’asfittico mercato immobiliare americano. La mossa, peraltro, è già stata attuata mezzo secolo fa: nel 1961, ricorda la Fed di San Francisco, il «ballo» del twist riuscì a far scendere dello 0,15% i tassi dei treasuries a lungo termine. Un buon risultato che, però, non sembra essere ciò cui il mercato guarda con maggiore bramosia. L’interesse principale, infatti, rimane per il terzo round di allentamento quantitavo. «Helicopter» Ben è consapevole di ciò. Tuttavia, sa bene che le armi a sua disposizione non sono infinite e che, più ne fa uso, più queste perdono di efficacia. Peraltro, non va dimenticato che proprio i precedenti Q1 e Q2 non hanno sortito gli effetti sperati, almeno non completamente. Certo, hanno permesso di «comprare» tempo. E certo, è stata raggiunta una maggiore stabilità nei mercati, sia dei titoli di stato che dell’equity. Tuttavia, l’operatività straordinaria sui bond governativi, non ha troppo aiutato l’economia reale. Quella main street dove la liquidità, spesso trattenuta da banche e private equity interessati più al Roi che alla crescita industriale, è arrivata con poca forza. Un esempio? Basta frugare nei portafogli di Mr e Mrs Smith. Dal momento in cui, tra gennaio e marzo 2009, il primo round di shopping sui governativi ha dispiegato i suoi effetti, il valore dei titoli azionari nelle mani degli americani è molto cresciuto. Nei primi tre mesi del 2011, è passato da circa 8.100 a 13.800 miliardi di dollari; per, poi, arrivare a quota 14.045 a fine giugno scorso. Certo, gli ultimi dati non tengono conto dei crolli estivi delle Borse. Tuttavia, è innegabile che il trend del mattone, settore fondamentale dell’economia reale, ha il segno opposto: va in discesa. È ben vero che l’immobiliare, in termini assoluti, rimane preponderante. Però, a fine 2008 nei portafogli delle famiglie il real estate valeva circa 20.000 miliardi; al 30 giugno, invece, si è attestato a quota 18.100 miliardi. Insomma, è il commento di molti, il contributo degli interventi non convenzionali di politica monetaria ha sì aiutato a ridurre il "buco" nel salvadanaio degli americani. Ma i suoi effetti si sono avvertiti più sulla parte azionaria-finanziaria delle famiglie che su quella economica-reale. Non si è concretizzata, nei modi voluti, la cinghia di trasmissione tra politica monetaria e economia reale. Alla fine, lo stesso Bernanke lo ha fatto capire: bisogna che, al di là degli sforzi della Fed, il Congresso Usa prenda in mano con forza la politica fiscale. Diversi economisti sottolineano che la strada è lì, ben segnata. Sul fronte delle tasse, per esempio, l’incidenza delle imposte sul Pil è al 14,9%, a fronte di una media storica attorno al 20 per cento. Pensare a nuove entrate, cui aggiungere tagli «selettivi» alla spesa, può essere la soluzione. Sempre che da Eurolandia non arrivino cattive nuove.