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 1991  maggio 09 Giovedì calendario

Biografia di Wally Toscanini

Roma. È morta ieri Wally Toscanini secondogenita di Arturo Toscanini. Aveva compiuto 91 anni il 16 gennaio. Il decesso è avvenuto nella casa romana della figlia, Emanuela Castelbarco. I funerali si svolgeranno a Milano, dove la figlia del grande maestro e direttore d’ orchestra era nata e dove ha sempre vissuto. La salma sarà tumulata domani pomeriggio o sabato mattina al cimitero Monumentale di Milano. IN una lettera alla figlia Emanuela del febbraio 1970, datata Dal purgatorio perché era capace di autoironia, Wally Toscanini chiede che, dopo la morte, le velino il volto con un tulle rosa e scrive: Vorrei mi si ricordasse viva, quando il mio spirito rendeva meno triste la mia vecchiaia. Wally aveva l’ età del secolo. Ad ogni compleanno che l’ avvicinava alla novantina, diceva: Che barba. Se sapessi che cosa c’ é di là. C’ é qualcosa di simile alla mia Scala, con un bel palco di prima fila? Non lo so. E, allora, preferisco andare avanti sorridendo. Sorrideva sotto la rituale veletta che da molti anni ormai sfumava un viso bellissimo, invulnerabile al tempo. Era una civetteria quel dirsi un po’ stufa di vivere e quell’ esorcizzare l’ aldilà con il richiamo al piacere delle serate scaligere. Diceva che barba con quella dolcezza ironica, con quella grazia nativa che da sempre accompagnavano il suo essere una protagonista affettuosa della vita milanese, il suo avere dato generosità a una grande eredità ideale, il senso del proprio ruolo che, nell’ immediato dopoguerra, la portò a trasformarsi nell’ elemosiniera della ricostruzione scaligera. L’ anno di Bresci Alla Scala, in fondo, ci era nata. Era il 16 gennaio 1900. Da due anni, Arturo Toscanini reggeva imperiosamente il podio scaligero come direttore stabile e aveva ripulito il teatro dalla vergogna mondana del risotto servito nei palchi. Quell’ anno, l’ editore Treves aveva in stampa Il fuoco di D’ Annunzio e, a teatro, debuttava Come le foglie di Giacosa. L’ anarchico Gaetano Bresci stava per lasciare l’ America. Tornava in patria per vendicare, con l’ uccisione di Umberto I, le vittime pallide e sanguinanti delle cannonate di Bava Beccaris. Era il 16 gennaio. Toscanini provava Lohengrin. Un suggeritore si avvicinò al podio e gli portò la notizia. Il maestro pose la bacchetta sul leggio e disse: Signori, è nata Wally. La prova é sospesa. Gli orchestrali applaudirono. Anch’ io ho avuto un applauso scaligero, raccontava Wally, Mi ha portato fortuna. Dalla vita ho avuto tutto e senza molti meriti. Ho soltanto cercato di vivere generosamente. Ho tentato di capire, ho sofferto, ho amato e ho donato. Se qualcuno fiutava in quel ho donato un che di dannunziano, si ribellava ricordando di essersi data sin da ragazza una regola, tre verbi: vivi, ama e ridi. E diceva: Quel ’ ridi’ sta per prendila come viene. E’ sempre stato il mio comandamento. Mi ero fatta ricamare questi tre imperativi anche sui cuscini del capanno al Lido di Venezia. Quanto al vate, a D’ Annunzio, il suo mito non mi intrappolò. Avevo accompagnato mio padre al Vittoriale per un concerto. Il comandante, lo si chiamava così, tentò di baciarmi. Mi disse: Non rifiuterai un bacio all’ eroe nazionale?’ ’ . Ma neppure il più alto amor patrio avrebbe potuto convincermi al supremo sacrificio, a superare l’ orrore di quella bocca. Era brutta, oscena. La voce, no. Era bellissima. Aveva uno strano fascino. Quattro anni fa, a Wally toccò un altro applauso scaligero, dopo quello del suo debutto nella vita, quello degli orchestrali per augurio al maestro e a quella sua bambina che nasceva nel nome di un’ eroina del melodramma, la Wally dell’ amico Catalani. Era il 1987. Milano celebrava il quarantennale della Scala rinata dalle macerie del1943. Wally prese posto nel palco reale. Platea, palchi e loggione si alzarono e le tributarono un infinito applauso d’ affetto. Fu un’ ovazione a testimonianza di un vero e proprio cordone ombelicale, di un autentico legame di sentimenti fra Milano e quell’ indomita signora che, anche in anni difficili, mentre il maestro era esule in America insieme alla moglie Carla e agli altri due figli Walter e Wanda, aveva rappresentato l’ alleanza fra i Toscanini e la città. Lo aveva fatto con passione, ma senza mai buttarsi al proscenio. Lo aveva fatto in modo naturale perché Milano, via Durini, la Scala erano la casa. Anche quando era lontano, ricordava Wally, mio padre diceva la casa’ ’ ed era quella di via Durini, non il villone di Riverdale poco fuori New York. Ne parlava come il centro degli affetti, delle proprie radici. L’ aveva comprata con i primi guadagni. Poi, l’ aveva dovuta vendere. Era andato al verde. Durante la prima guerra mondiale, aveva diretto solo per i soldati al fronte e i suoi bilanci si erano prosciugati. Ma, tornato alle scritture e al podio pagato, riuscì a riacquistarla. In quella casa di via Durini, Wally ha vissuto l’ infanzia, l’ adolescenza e quasi tutta la sua salda vecchiaia, prima di trasferirsi, due anni fa, a Roma dalla figlia Emanuela Castelbarco perché l’ età ormai sconsigliava le sue orgogliose solitudini milanesi. In quella casa, Wally, bellissima e irrequieta, aveva tenuto testa a Toscanini, per amore: la passione di lei diciassettenne per il biondo, aristocratico Emanuele Castelbarco che di anni ne aveva assai di più e, per giunta, era sposato; un amore scandaloso per quella società e per quegli anni. Inflessibile e tenerissimo Quell’ amore cercai anche di arginarlo, ricordava Wally, Ma, nell’ estate del 1917, l’ estate che precedette Caporetto, rividi Emanuele alla Presolana. Anzi, vidi prima il suo cane. Capii che non c’ era più da combattere. Per qualche anno, ci amammo in segreto. Poi, venne fuori. Fu un cataclisma. Mio padre mi trattò da Traviata. Era il suo riferimento obbligato al melodramma. Passarono anni e anni prima che mi perdonasse. Ma gli tenni testa. Non era facile. Anche se era un uomo tenerissimo, sotto la crosta dell’ inflessibilità. Al di là degli scatti, degli umori, del perdere le staffe, aveva le braccia aperte. Un po’ gli somiglio, credo. Tutti decantano la mia dolcezza. Ma ho le mie brave durezze. Ho carattere. Anche se ho saputo sedurre la gente persino con un pizzico di ruffianeria. In fondo, ho sedotto anche il maestro. Non per nulla mi chiamava streghetta. Forse anche perché avevo una bellezza un po’ zingaresca. Bella mi aveva trovato sin dal primo vagito. E bella mi sentivo. Debolezze della gioventù. Ma non sono ipocrita. La bellezza per me ha significato la conquista, la sicurezza di piacere. Da ragazzina, ero tanto narcisista che mangiavo di fronte allo specchio. Mi punivano, mettendomi addosso un grembiule nero. Ma spero che il narcisismo e il piacere della frivolezza non mi abbiano mai impedito di dare e di farmi in quattro. In fondo, anche adesso che se n’ é andata sperando che l’ aldilà sia un bel palco alla Scala, Wally Toscanini, straordinaria signora di questo secolo, si fa ancora in quattro. In quella lettera, che raccomanda molto tulle rosa sulla mia vecchia carcassa, chiede di non spendere quattrini per le corone, per i fiori e suggerisce di devolverli alla Fondazione Pro Juventute di don Carlo Gnocchi, all’ Istituto dei Tumori, e alla Commissione visitatrici per la maternità. - di GUIDO VERGANI