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 2011  settembre 20 Martedì calendario

Non si sa se rallegrarsene o no, ma i temi affrontati dagli scrittori sono sempre gli stessi. Così, leggere le belle interviste che Enzo Golino fece ai grandi narratori e poeti italiani tra il 1972 e il 1974 per Il Giorno (ora raccolte in Dentro la letteratura, Bompiani) fa un effetto strano: si parla di problemi d’oggi, ma a rispondere sono intellettuali che in massima parte non hanno più la possibilità di parlare

Non si sa se rallegrarsene o no, ma i temi affrontati dagli scrittori sono sempre gli stessi. Così, leggere le belle interviste che Enzo Golino fece ai grandi narratori e poeti italiani tra il 1972 e il 1974 per Il Giorno (ora raccolte in Dentro la letteratura, Bompiani) fa un effetto strano: si parla di problemi d’oggi, ma a rispondere sono intellettuali che in massima parte non hanno più la possibilità di parlare. Questo accade leggendo i grandi: è come se le loro voci arrivassero dall’aldilà per parlarci di scuola, di natura, di industria, di storia. Una specie di miracolo. Prendiamo la questione della lingua, che riesplode alla fine del ’73, quando si ripropone un ritorno del dialetto nelle scuole. È un argomento attualissimo. Ecco cosa ne pensa Pier Paolo Pasolini: «È una piccola trovata che non ha riscontro nella realtà. Il dialetto e il mondo che lo esprimeva non esistono più, la gente non parla, non vuole e non può parlare in dialetto». Inutile insistere: «È stato spazzato via, e dall’età dell’innocenza siamo passati all’età della corruzione». L’età della corruzione è la civiltà dei consumi, che Pasolini non ama: il suo mondo «antico e barbarico» è scomparso con il dialetto. E che le classi subalterne abbiano conquistato la lingua italiana è per lui un fatto negativo, «perché è avvenuto a prezzo della distruzione di una cultura originaria». Dunque, gli chiede Golino, Pasolini sarebbe contento se il mondo tornasse al medioevo? Risposta: «Certo che sarei contento, disposto a rinunciare a qualunque cosa per il rimbarbarimento del mondo: un mondo in cui valga la pena di lottare». Il dialogo a distanza è con Carlo Cassola, che invece, intervistato sullo stesso argomento, dichiara senza mezzi termini la sua avversione per il dialetto, specie in letteratura. Vi avverte subito «il fastidio e il pericolo del colore locale»: anzi, proprio perché l’italiano è una lingua «mortificata nell’uso, ridotta a puro strumento di comunicazione», lo scrittore deve impegnarsi a rinnovarla, a «ridarle colore, tono, verginità». Impresa impossibile per Pasolini. Cassola ama Verga perché «è riuscito a trasferire in lingua una realtà dialettale», ha cioè capito che «la rappresentazione letteraria non è la realtà ma un equivalente della realtà». E aggiunge: «Scrivere della realtà non vuol dire trascrivere la realtà (...), amo le parole che siano un velo trasparente disteso sulle cose». Diciamo la verità, basterebbe questo pensiero per spazzare via molta sedicente Grande Letteratura di oggi. Basterebbe ascoltare Paolo Volponi, quando risponde al sospetto di sociologismo che qualcuno insinua a proposito di un romanzo come il suo Memoriale, il cui protagonista è un operaio alienato, Albino Saluggia: per scrivere un romanzo, afferma Volponi, non devo ignorare gli strumenti sociologici, economici, psicologici, ma «devo farne una sintesi poetica». Cioè? «La poesia consiste nella restituzione di qualcosa che ha mutato essenza e posizione passando attraverso la sensibilità dello scrittore». Quanti premi Strega e Campiello andrebbero riconsegnati al mittente se si giudicasse la letteratura con questi criteri.