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 2011  settembre 20 Martedì calendario

«Ho un bar a Moncalieri e dovrei venderlo. Vorrei sapere se ci sono delle agenzie che possono mettermi in contatto con i cinesi

«Ho un bar a Moncalieri e dovrei venderlo. Vorrei sapere se ci sono delle agenzie che possono mettermi in contatto con i cinesi. So che hanno buone disponibilità economiche e il mio bar sarebbe adatto a loro, potendosi anche trasformare in un ristorante con una ventina di posti a sedere. Se qualcuno conosce agenzie di cinesi può indicarmi come contattarli?». Benedetta lascia questo post su Yahoo Italia sette mesi fa. Poco dopo sul forum le risponde Anna Melchiorre: «Mettilo in vendita e arriveranno con la valigetta piena di contanti». È la nuova frontiera dell´imprenditoria cinese in Italia: non più solo commercio al dettaglio, ristorazione, fabbriche di abbigliamento e pelletteria. Al centro della loro campagna acquisti ci sono ora parrucchieri, bar, centri estetici, lavanderie e perfino agenzie immobiliari. Basta guardare i numeri: record nel 2011 di bar con titolare cinese (hanno superato i ristoranti, con un aumento del 47% sul 2009); boom di coiffeurs e centri massaggi (in due anni hanno registrato un´impennata di oltre il 278%). Impermeabili alla crisi, i cinesi continuano dunque a fare impresa. Stando agli ultimi dati forniti a Repubblica dalla Camera di commercio di Milano, nel secondo trimestre del 2011 i titolari di ditta individuale cinesi attivi in Italia hanno raggiunto quota 38.564, oltre il 15% in più del 2009. Se poi si tiene conto non solo dei titolari, ma anche dei soci e degli amministratori di società, gli imprenditori provenienti dal paese del Dragone superano oggi i 54mila: l´8,5% in più del 2009 e il 150% in più rispetto al 2002 (fonte Cgia di Mestre). È una corsa che non si arresta: nei primi sei mesi di quest´anno si sono iscritti alle Camere di commercio ben 4.675 nuovi titolari cinesi di imprese individuali. Dove lavorano? Per lo più in Toscana (8.385), Lombardia (7.105), Veneto (4.258), Emilia-Romagna (3.632) e Lazio (2.777). Fra le province è un testa a testa tra Prato (11,4% del totale) e Milano (9,8%), con Roma ferma al 6,5%. «Il fenomeno dell´imprenditorialità di origine straniera va assumendo un´importanza crescente in Italia - conferma Marco Accornero, membro di giunta della Camera di commercio di Milano e presidente dell´Associazione per lo sviluppo dell´imprenditorialità immigrata - le imprese condotte da cittadini stranieri rappresentano infatti un arricchimento del nostro tessuto economico-occupazionale. Con quasi 40mila attività, la comunità imprenditoriale cinese è tra le più rappresentate in Italia e in un caso su dieci si concentra nella provincia di Milano». Non mancano però gli ostacoli: «Fare impresa è per gli immigrati un percorso ancora poco agevole rispetto a quello degli imprenditori italiani. Devono affrontare maggiori barriere di carattere sia economico che culturale. Per questo, in un quadro di legalità e rispetto delle regole, sosteniamo l´imprenditorialità immigrata attraverso la formazione». Cosa fanno gli imprenditori cinesi in Italia? Anno dopo anno continuano a espandersi nel commercio al dettaglio, raggiungendo i 14.084 titolari di impresa nel secondo trimestre 2011: il 12% in più del 2009. Restano ben radicati nelle attività di confezione di articoli di abbigliamento (10.256 titolari) e fabbricazione di prodotti in pelle (3.282). Il vero boom si registra però nei servizi alla persona. Tra parrucchieri, trattamenti estetici, centri massaggi e lavanderie nel 2011 si è avuto un incremento delle attività pari al 278,7% sul 2009 (con 943 imprese, rispetto alle 249 di due anni prima). A farla da padroni sono proprio i coiffeurs con 452 negozi, per lo più concentrati nella provincia di Milano. Non è un caso se nel capoluogo lombardo, fra i dieci nomi di parrucchieri più diffusi nel corso del 2010 ben 8 sono cinesi. «A Milano - avverte la Camera di commercio - questo è un fenomeno recente: considerando solo le imprese individuali cinesi attive nel settore, una su tre è nata nel 2010 e 24 sono aperte dall´inizio di quest´anno. Non solo. I parrucchieri cinesi continuano a servire principalmente la propria comunità, il 22% ha infatti sede nell´area intorno a via Sarpi, anche se cresce la loro presenza nel resto della città: il 18% si trova in zona Lambrate e Città Studi, mentre la zona di Vittoria-Forlanini, in poco più di un anno, passa dal concentrare l´11% dei parrucchieri ed estetisti cinesi attivi a Milano al 15%». Chi è il coiffeur tipo cinese? È donna e giovane: il 63% appartiene al gentil sesso, il 45% ha un´età compresa tra 30 e 39 anni, una su tre (32%) ha meno di 29 anni. Contro la loro pacifica invasione si è mossa in questi giorni la giunta regionale lombarda con un regolamento che stabilisce orari d´apertura, sicurezza, igiene e ubicazione dei locali, pene severe per i trasgressori. «Pur riconoscendo che gli imprenditori cinesi hanno alle spalle una storia millenaria di successo - sostiene Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre - la loro forte concentrazione in alcune aree del Paese sta creando non pochi problemi. Spesso queste attività si sviluppano eludendo gli obblighi fiscali e contributivi, le norme in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro e senza nessun rispetto dei più elementari diritti dei lavoratori occupati in queste realtà aziendali. Questa forma di dumping economico ha messo fuori mercato intere filiere produttive e commerciali di casa nostra». Il segreto del successo cinese è un impasto di orari selvaggi (aperti anche il lunedì), prezzi ridotti all´osso (8-10 euro taglio e piega), ma anche qualità e velocità nel servizio. Un mix che sta pure alla base del diffondersi dei bar cinesi (1.949 a metà del 2011): per la prima volta sorpassano il numero dei ristoranti (1.738), registrando un incremento complessivo del 47,5% negli ultimi due anni. Una conferma arriva dal fioccare di annunci online. Un esempio? Il 12 agosto 2011 su Vivastreet. it si leggeva: «Bar a Padova, ottima posizione, con appartamento per il gestore, incassi euro 600 al giorno, più videogiochi, freccette, consuma 6 kg di caffè a settimana, ottimo per cinesi. Richiesti euro 160mila». Non mancano vere e proprie sacche d´irregolarità, seppure minoritarie. A Padova, 20 bar cinesi su 60 sono a rischio chiusura: a luglio scorso, infatti, la guardia di finanza ha accertato che i titolari di un locale su tre erano in possesso di un Rec falso (certificato di abilitazione alla gestione di bar e ristoranti), acquistato per 1.800 euro. I cinesi hanno una specialità tutta loro: di solito pagano in contanti. Si presentano con valigette piene di euro e rilevano il locale. Come si spiega? Con i loro particolari rapporti di amicizia: «Un cinese all´estero - scrive sul dossier Caritas/Migrantes, Ulisse Di Corpo della Missione Oim a Roma - vale essenzialmente per la qualità e il numero delle amicizie che riesce a sviluppare. Appena inizia a lavorare comincia ad alimentare la rete delle proprie amicizie. Un cinese in Italia può dare oltre il 50% del proprio salario agli amici, alimentando così la rete che dopo cinque o sei anni gli permetterà di chiedere anche 100mila euro per aprire un ristorante. Se poi una coppia ha bisogno di soldi, semplicemente si sposa: in Italia in un matrimonio con duecento invitati si possono tranquillamente raccogliere 200mila euro, se non di più. In genere per comprare casa o avviare un´attività bastano i soldi raccolti con le nozze». C´è infine un´ultimissima frontiera dell´imprenditoria cinese: sono le agenzie immobiliari, soprattutto nei quartieri multietnici delle grandi città. Attualmente quelle gestite da cinesi sono solo 43, ma qui la campagna acquisti è appena cominciata.