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 2011  settembre 20 Martedì calendario

OBAMA: TASSARE I RICCHI E TAGLIARE LA DIFESA

Un massiccio aumento delle tasse per i milionari e le grandi corporation nel nome dell’equità fiscale è al cuore della ricetta Obama per risanare le finanze pubbliche d’America.

Ieri un presidente Obama più duro e aggressivo del solito, poco disposto al compromesso, ha proposto un piano per la riduzione del deficit di oltre 3.000 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni che punta su un aumento del gettito di 1.500 miliardi, sul progressivo ritiro dall’Iraq e dall’Afghanistan con conseguente riduzione delle spese (1.100 miliardi), e su altri tagli alle spese, soprattutto quelle sanitarie (580 miliardi).

«Porrò il veto a qualsiasi proposta di legge che tagli l’assistenza sanitaria ai pensionati e ai poveri senza chiedere nulla ai ricchi. Non si tratta - ha detto Barack Obama mettendo subito i repubblicani sulla difensiva - di una guerra di classe, ma di semplice matematica. I soldi devono pur arrivare da qualche parte».

Le grosse corporation riescono a godere di detrazioni fiscali talmente numerose da formare una pila di regole alta un metro e mezzo, ha detto ieri il presidente; i milionari invece godono della cosiddetta "regola Buffett", dal nome del miliardario americano che ha denunciato il meccanismo. È un trattamento di favore dei capital gains, rispetto alla tassazione dei redditi ordinari, che condanna la segretaria di Warren Buffett a pagare in tasse una percentuale del reddito superiore a quella del suo datore di lavoro plurimilirdario. «È giusto chiedere a tutti di dare il loro contributo» ha detto Obama.

La risposta dei repubblicani non si è fatta aspettare. «Minacce di veto, un colossale aumento delle tasse, risparmi nominali, questa non è una ricetta per la crescita economica, anzi non è nemmeno una ricetta accettabile per abbassare il deficit» ha detto il leader repubblicano al Senato Mitch McConnell.

Criticato dai membri del suo stesso partito per avere cercato il compromesso con i repubblicani sempre più arroccati su posizioni intransigenti, ieri Obama ha sfoderato le unghie prendendo l’iniziativa sul deficit sulla scia del successo popolare dell’American Jobs Act, la proposta fatta solo dieci giorni fa per rilanciare l’economia e aumentare l’occupazione attraverso un mix di incentivi alle assunzioni e ammortizzatori sociali. La proposta di ieri, anzi, include tra le spese aggiuntive i 447 miliardi di dollari previsti dall’American Jobs Act tra oggi e il 2013 per stimolare la crescita immediatamente, ma aggiunge una serie di misure per abbassare il deficit a partire dal 2013; se verranno approvate, il rapporto debito-Pil inizierà a scendere a partire dal 2017.

I 3.600 miliardi di riduzioni e nuove tasse proposte ieri dal presidente si aggiungono ai 1.200 miliardi di tagli alle spese discrezionali - per esempio difesa e ambiente - già approvati in agosto nell’ambito dei negoziati con l’opposizione sull’aumento del tetto sull’indebitmento. Il totale della manovra americana raggiunge così la notevole cifra di circa 4.400 miliardi in dieci anni.

Con la proposta presentata ieri l’amministrazione Obama intende risparmiare 1.100 miliardi di dollari con il ritiro delle truppe dall’Afghanistan e l’invio di una missione civile in Iraq in sostituzione di quella militare. Altri 320 miliardi verrebbero sfrondati dalla spesa sanitaria per i pensionati (Medicare) e i poveri (Medicaid); 33 miliardi dai sussidi agricoli; 42,5 dalle pensioni dei dipendenti federali; 92,2 miliardi di riduzione arriverebbero dalla ristrutturazione di programmi pubblici e 77,6 miliardi dall’eliminazione di sprechi. Il calo dei deficit consentirà infine di risparmiare 430 miliardi di dollari di interessi sul debito. Nessun riferimento, invece, alla social security, ovvero al sistema pensionistico la cui riforma è già diventato un cavallo di battaglia dell’aspirante alla nomination repubblicana Rick Perry.

Sul lato della pressione fiscale, Obama vuole eliminare numerose detrazioni fiscali per le imprese - inclusa quella sui jet aziendali - ed elevare l’aliquota media sui redditi dei milionari. L’unico modo per farlo è aumentare l’aliquota sulle rendite finanziarie, la capital gain tax oggi fissata al 15 per cento. Il presidente non ne ha fatto riferimento esplicito, e molti osservatori credono che tale proposta non riceverebbe l’appoggio nemmeno dei democratici. Proprio per questo motivo l’economista conservatore Martin Feldstein ha denigrato il piano Obama come «un documento politico».

La manovra suona come una provocazione per il Comitato bipartisan incaricato di proporre entro il 23 novembre almeno 1.500 miliardi di dollari di tagli ai deficit, pena l’entrata in vigore di tagli automatici. I sei membri repubblicani hanno giurato di non aumentare le tasse, e ciò rende impossibile un compromesso con il presidente.