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 1993  marzo 16 Martedì calendario


DI PIETRO SU DI PIETRO, NEL 1993

Il solito numero di cellulare, ormai imparato a memoria: «Ehi, papà, domani mi danno l’arnese». Dall’ altra parte dell’apparecchio, il giudice Antonio Di Pietro prende quel tono da compagnone che riserva solo al figlio: «Bravo, sono contento. Stai attento, però». Ora l’arnese, una Beretta 92S lucida e lustra da non sembrare vera, Cristiano se la porta stretta alla cintura, nascosta nella fondina di cuoio marrone. Non riesce a staccarsene nemmeno adesso che è in casa e si è tolto il berretto, la divisa, gli abiti da poliziotto.
«Mi hanno detto di non abbandonarla mai. Un poliziotto è sempre in servizio». Però lui non è un poliziotto qualunque. È Cristiano Di Pietro, il figlio dell’uomo che ha sconvolto l’Italia. Fisicamente gli somiglia tanto: stesse sopracciglie folte, stessa camminata, uguale stazza, solida e massiccia, da stirpe contadina del Sud. Solo l’espressione è quella di un ragazzino, 19 anni appena, sbigottito dalla luce un po’ troppo violenta della notorietà.
I flash gli sono stati sparati addosso mercoledì 3 marzo, quando ha giurato fedeltà al Corpo, nel cortile della caserma Annarumma di Milano: a destra Di Pietro padre che passava in rassegna gli agenti, a sinistra Di Pietro figlio, impettito, un po’ imbarazzato, in uniforme in mezzo colleghi. «Dovevo star serio», dice. «E invece mi veniva da ridere». L’hanno premiato, targa come migliore allievo in tecniche operative, selezionato con altri otto tra i 143 allievi del corso per agenti ausiliari. Un riconoscimento arrivato grazie al cognome che porta? «Mah, le tecniche operative mi piacciono», dice lui. «Imparare a sfondare una porta per fare una perquisizone, come mettere le manette, in che modo presidiare un posto di blocco è quello che mi attira di più di questo lavoro». E in caserma, ci sono privilegi per il “dipietrino”? Non si direbbe. Sul giornalino del suo corso, il 33° Horus, tra le biografie degli allievi alla voce Di Pietro Cristiano c’è scritto: «Stato civile: “celebre”». E poi: «Con un cognome così non potevano che toccargli sei turni da piantone, per giunta di sabato», contro i tre affibbiati di norma ai ragazzi di leva. Conferma il comandante, Edoardo Malato: «Cristiano è uno come tutti gli altri. Ha sempre dormito qui, in camera con altri due, sveglia alle sei e trenta, libera uscita dalle 7 alle 11 di sera».
Un piccolo privilegio, però, come figlio del giudice, Cristiano Di Pietro l’ha avuto: l’appartamento che gli ha preso in affitto il padre nel centro di Milano, in via Manzoni, a pochissimi metri dalla Scala. La casa è all’ultimo piano di uno quegli antichi palazzi signorili dagli atrii in penombra, dove i nomi sul citofono sono sostituiti da numeri e i portinai hanno l’aria più snob della gente che ci abita. Di Pietro l’ha avuta a equo canone dalla Cariplo tramite la Procura di Milano («Quanto paga esattamente non possiamo dirlo», dichiarano i funzionari della banca). Una prassi consueta per i magistrati, come ha spiegato il giudice stesso nel libro Le mani pulite (Mondandori) scritto dai giornalisti Enrico Nascimbeni e Andrea Pamparana sulla vicenda Tangentopoli.
Già, Tangentopoli. Cosa ne pensa Cristiano? Dolcevita bianco, jeans e anfibi neri, il neopoliziotto ammette che dell’inchiesta sa poco o niente, la segue solo in tivù. D’altra parte non ha idea nemmeno di quanto costi l’affitto del suo appartamento di due stanze più cucina. Nella casa si muove quasi a disagio, come fosse un ospite capitato lì da pochi giorni. Del resto è tornato ad abitarci solo ora che l’hanno mandato a lavorare in Questura, dopo quattro mesi passati in caserma. Prima faceva il perito assicurativo per la compagnia Maa.
L’arredamento è moderno, essenziale come fosse la casa di uno studente. Libri, in verità, ce ne sono pochi: qualche fumetto e una serie di volume d’arte («Ma sono lì solo per fare scena»), poster alle pareti (ma niente cantanti o attori), una bandiera americana dietro lo stereo e la maglietta che gli ha regalato il padre, “Milano ladrona, Di Pietro non perdona”, attaccata a una parete del corriodio, sotto lo stemma della Procura della Repubblica.
In camera da letto, dentro l’ armadio, ci sono gli abiti di papà.
«Questa è anche casa sua», spiega. «Lui vive vicino a Bergamo, ma sta qui quando ha bisogno di restare a Milano. Lo trovo spesso, quando torno la notte, che dorme sul divano con la pistola sotto il cuscino. E’ grande mio padre: mi fa ridere vederlo in tivù con quella sua camminata goffetta e sapere che invece, quando poi ci incontriamo, mi dà ancora cazzotti capaci di stendermi».
Tutto cambiato tra loro dopo Tangentopoli? «In effetti, prima che gli mettessero la scorta andavamo a passeggio, mangiavamo il gelato, compravano viti e bulloni. Ora ci sentiamo per telefono, oppure mangiamo un panino al bar del Tribunale». Ma non solo. Uno dei giornalisti di stanza a palazzo di Giustizia, Luigi Moncalvo, autore della prima biografia pubblicata su Di Pietro, racconta di certe misteriose sparizioni del giudice, a orari fissi, a metà del pomeriggio. «Per settimane abbiamo sguinzagliato le troupe televisive cercando di capire perché Di Pietro a quell’ora fuggisse dai suoi uffici. L’ abbiamo scoperto: andava al supermarcato a fare la spesa per il figlio». Cristiano ride: «Sì, papà mi ha insegnato tutto, anche che per mangiare non si comprano solo patatine e cioccolato». Cristiano non lo ammette, ma in un certo senso ha sempre cercato di imitarlo. La scelta di fare il poliziotto, per esempio: «Sin da piccolo ho vissuto in caserma con papà, quando faceva il commissario a Roma. Mi affascinava quel mestiere per il suo dinamismo. Il lavoro del giudice invece non l’ho mai capito. Cosa fa un magistrato? Boh, e chi lo sa? Forse adesso comincio a intuirlo».
Parla del passato e gli torna in mente l’infanzia, i primi anni a Milano quando il padre lavorava all’Aster, un’azienda di apparecchiature elettroniche. Poi il passaggio in polizia, il trasferimento dei genitori a Lambrugo d’Erba in provincia di Como, e infine la separazione tra padre e madre nel 1983. «Sono rimasto con la mamma fino a 11 anni. Poi però ho preferito papà, perché lei voleva restare a Lambrugo e a me non piaceva. C’erano solo quattro case, una chiesa e l’oratorio». Ma non c’è stata rottura: la madre, Isabella Ferrara, coordinatrice amministrativa in una scuola elementare di Lambrugo, è sempre presente. Si sentono quattro volte al giorno.
«Io e papà siamo andati a vivere a Bergamo. Quando lui ha cominciato a lavorare come giudice io sono finito in collegio, al convitto Esperia. Mi ricordo la prima volta che non andai a scuola perché non avevo studiato. Dopo un paio d’ore sapeva già tutto». Cristiano frequenta l’istituto per periti elettronici. Non brilla particolarmente, ma se la cava soprattutto in italiano «grazie alla parlantina». In collegio lo segue un giovane sacerdote, padre Roberto, «il mio padre spirituale». È lui che gli insegna a vivere con i compagni, a stringere amicizie con ragazzi di tutta Italia, a superare la separazione dei genitori . E anche il dolore per la nuova unione del padre con Susanna Mazzoleni, avvocato di Bergamo.
«Ma di questo non voglio parlare», taglia corto il ragazzo, «i miei rapporti con lei sono un capitolo delicato». Padre Roberto lo porta due volte l’anno al corso di teologia tenuto dai gesuiti in Val Gardena. Cristiano mostra le foto un po’ sfocate di una messa celebrata tra la neve alle prime luci dell’alba. «Sono cattolico, come papà, del resto. Lui forse più di me. Va ancora ogni domenica a messa. Gliel’ha insegnato nonna Annina, l’unica donna al mondo capace ancora di comandare su di lui».
Proprio in Val Gardena, due anni fa, ha conosciuto Brunella Pellegrini, oggi sua fidanzata. «Come l’ho incontrata? Le sono letteralmente cascato addosso per sbaglio durante una marcia. Poi da cosa nasce cosa…». Dicono che quando ha capito che era “una cosa seria”, il giudice abbia fatto un commento dei suoi: «Peccato, non potremo andare più a donne assieme».
Cristiano arrossisce: «Sì, io e mio padre ne abbiamo fatte di tutti i colori. Ogni estate mi portava in campeggio per l’Europa, noi due e una tenda canadese che ho ancora di là, nell’armadio. Giocavamo a calcio e vinceva sempre lui. Andavamo a pescare. O anche a zappare, a Montenero di Bisaccia, in campagna dalla nonna». Oggi le cose sono cambiate. «La scorsa estate abbiamo passato assieme io e lui due o tre giorni al massimo. Era per giunta un periodo in cui io avevo molta paura per quello che lui stava facendo».
La morte di Falcone a maggio, quella di Borsellino a luglio, le prime voci di un attentato a Di Pietro gettano nel panico il ragazzo: «Mio padre è diventato un altro. Mi dà ancora le pacche sulla spalle, ma è più taciturno, si è chiuso in se stesso. Anche la casa di Curno, dove abita con la nuova famiglia, sembra ormai un bunker, con il giardino illuminato notte e giorno dalle cellule fotoelettriche, gli uomini armati».
Sullo stereo le note malinconiche di Stand by me, colonna sonora del film-cult degli anni Ottanta, Il grande freddo. Padre e figlio la ascoltano in continuazione, come fosse ormai anche la colonna sonora dell’era gelida di Tangentopoli. «No, non lo farei mai il giudice», dice Cristiano. «Non voglio che mi succeda quello che sta capitando a lui. Io voglio farmi una famiglia, voglio vivere con i miei figli». E il lavoro in polizia? «Beh, per ora è solo una prova. Resterò se ne varrà la pena». La pistola non ce l’ha più. L’ha messa su uno scaffale, adesso.