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 2011  settembre 17 Sabato calendario

FIAT A TERMINE L’INVISIBILE RABBIA DEGLI OPERAI

L’ultima volta che li hanno fatti lavorare per qualche giorno era luglio. Adesso li hanno richiamati per tre giorni, e loro hanno risposto con tre giorni di sciopero. Gli operai della Fiat di Termini Ime-rese, 1.800 comprese le tre aziende dell’indotto diretto, sono inferociti. Da un anno sono in cassa integrazione quasi sempre, salvo qualche giornata di lavoro ogni tanto, a 800 euro al mese. E a fine anno si chiude. Tutti a casa, a meno che non decolli il progetto di Massimo Di Risio, che con l’appoggio della Fiat e di 67 milioni di denaro pubblico riporterebbe nello stabilimento la produzione di auto, le sue DR, due utilitarie e un Suv fatte assemblando pezzi cinesi. Se Di Risio ce la fa, 1.200 operai avranno il posto, gli altri no.
È COSÌ che vengono al pettine i nodi intrecciati da Sergio Marchionne due anni fa. Quando il numero uno della Fiat disse che Termini avrebbe chiuso il 31 dicembre 2011 sembrava lontana la data e irreale il fatto. Adesso ci siamo. E siamo ai blocchi stradali, ai cassonetti incendiati. Da giovedì fino alle 14 di ieri gli operai di Fiat e dintorni hanno bloccato l’autostrada Palermo-Messina-Catania, che sfiora l’area industriale, e paralizzato per ore il traffico nella città. Una protesta estrema e disperata, incomprensibile all’autista del pullman turistico rumeno che poco prima di mezzogiorno ha tentato di forzare il blocco della strada litoranea ed è stato fermato da un imprevedibile blocco solidale di carabinieri e operai in lotta. Il malcapitato, mentre si appellava a uno stile occidentale di recente acquisizione, non sapeva se obbedire al carabiniere che gli controllava i documenti o ai minacciosi operai. Scena sonorizzata da un coro di insulti provenienti dai cancelli della Bienne Sud, dove un’ottantina di operai che verniciano e montano i paraurti della Ypsilon vedono avvicinarsi a lunghe falcate la disoccupazione.
La protesta degli operai di Termini Imerese è invisibile. Non ci sono telecamere e taccuini come a Mirafiori, non c’è passerella di politici, né nazionali né locali. Non c’è nessuno, a parte i con-cittadini incazzati che gridano dalle loro utilitarie giapponesi o coreane “avete ragione ma dovete andare a Roma a rompere i coglioni, non qui a noi!”. Invisibile per invisibile, poliziotti e carabinieri saggiamente e per una volta d’accordo tra loro, si guardano bene dal constatare la flagranza di reato, piuttosto solidarizzano in silenzio con quei loro vicini di casa disperati. Giovedì pomeriggio, quando una decina di camionisti esasperati si sono avvicinati agli occupanti della Bienne Sud per chiedere con calma e fermezza di passare, un ufficiale dei carabinieri, misurando la differenza di prestanza fisica tra le due delegazioni, ha sibilato al giovane collega: “Speriamo che li facciano passare sennò ce li picchiano”.
A TERMINI IMERESE, dove la miseria avanza alla stessa velocità delle erbacce che sono ormai una foresta e si stanno inghiottendo l’area industriale (un cimitero di speranze e di soldi pubblici buttati o rubati), è rimasto un solo uomo al comando, il sindaco quarantaseienne Salvatore Burrafato. È stato eletto due anni fa da una coalizione di liste civiche di area Pd e dal Mpa del governatore Raffaele Lombardo. Ha battuto Antonino Battaglia, parlamentare Pdl, in passato difensore di Leoluca Bagarella, boss mafioso e cognato di Totò Riina. Storie che si intrecciano. Quando il futuro sindaco aveva 16 anni suo padre, guardia carceraria, fu ucciso su ordine di Bagarella per fargli pagare lo sgarbo di avergli notificato nel carcere di Termini il mandato di cattura che gli annullava il permesso di partecipare al funerale del padre.
Burrafato professa un “rigore morale partendo dal basso”. Sottintende che non si è rivenduto la tragedia familiare per avere il seggio a Roma. Dopo l’elezione a sindaco è uscito dal Pd, dichiarandosi deluso anche su quel fronte da una politica di annunci e riti incompatibili con una sincera dedizione agli interessi della comunità. Intanto chi il seggio a Roma ce l’ha, non si fa vedere. Salvatore Lumia, pd, ex presidente dell’Antimafia, eletto a Termini, grande elettore di Burrafato, non risulta pervenuto. Gianfranco Micciché, sottosegretario all’Economia, e fino all’anno scorso vicesindaco di Termini, è impegnato in un giro politico nel Molise e fa sapere di non avere niente di interessante da dire sul tema. Leader nazionali della politica e del sindacato nemmeno a parlarne. Mentre gli operai, futuri disoccupati, vanno in giro a cercare copertoni di camion da bruciare sulle loro barricate, e respirano il fumo nero in un’alternanza isterica di rabbia e risate infantili per gli scherzi che si scambiano, il sindaco appare rassegnato: “Nel giugno 2009 siamo usciti da Palazzo Chigi che chiudeva Pomigliano, a dicembre 2009 ci hanno detto che chiudevamo noi. Questa è chiaramente una decisione presa a un livello molto alto e pienamente condivisa da tutti: Fiat, governo, opposizione, sindacati. E adesso meno se ne parla e meglio è. Anche perché tutti questi leader, che hanno dato il loro consenso tacito, non sanno cosa venirci a dire. E preferiscono vederci oscurati”. E oggi si replica.