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 2011  settembre 19 Lunedì calendario

VITA DI CAVOUR - PUNTATA 191 - FAZIONI IN LOTTA

Ho come l’impressione di un gigantesco girare a vuoto.

Un risultato concreto ci fu: Garibaldi attribuì a Cavour e ai cavouriani il fallimento dell’operazione Marche.

Beh, aveva ragione, credo.

A questo punto era ben delineato lo schieramento nemico del conte: partiva dal re, comprendeva Rattazzi e i soliti democratici Brofferio-ValerioDepretis e infine, fatto nuovo, includeva la sinistra garibaldina e lo stesso Garibaldi. L’odio del generale, che s’era sentito defraudato della gloria, non era inferiore a questo punto a quello del re. Romeo definisce il suo modo di pensare «populismo monarchico». Il 18 novembre a Savona Garibaldi denunciò « la miserabile volpina politica che turba il maestoso andamento delle cose italiane... ».

Un bel guaio.

Il bello di tutto questo è che Rattazzi e Vittorio Emanuele, di cui Garibaldi continuava ad essere innamorato, lo avevano in realtà raggirato: prima spingendolo all’azione e poi invitandolo a disarmare. Rattazzi avrebbe continuato a prenderlo in giro anche negli anni successivi. Aspromonte, Mentana...

Cavour invece...

Cavour aveva preso una posizione e l’aveva mantenuta. E poi i nemici di Cavour se la giocavano facile: il re aveva ancora i pieni poteri, mancava cioè il controllo del parlamento. E in parlamento avrebbe nuovamente vinto Cavour. I giornali rattazziani, paventando quel momento, cominciarono ad attaccarlo perché, a capo della commissione elettorale, aveva respinto certe proposte di Rattazzi. I giornali cavouriani risposero meravigliandosi che Cavour non fosse ancora stato nominato rappresentante sardo al congresso...

Che congresso?

Si pensava a un congresso che avrebbe messo a punto la pace, da tenersi probabilmente a Ginevra. Era ovvio che nessuno meglio di Cavour...

Il re non voleva?

Il re non voleva. Mandò a chiedere a Napoleone se avrebbe veramente gradito il conte al tavolo delle trattative. Napoleone rispose di sì. Vittorio tentò di sfruttare una proposta russa, secondo cui al congresso avrebbero dovuto partecipare solo i ministri degli Esteri. Ma la proposta russa non ebbe seguito. E tuttavia il re non si decideva. Aveva messo delle spie alle calcagna del conte. Comprò dei giornalisti perché sulla stampa parigina scrivessero articoli contro di lui e in favore di Rattazzi. Carlo de la Varenne si guadagnò la nomina a ufficiale dei SS Maurizio e Lazzaro, Ernesto Rasetti la croce di cavaliere. Nello stesso tempo Rattazzi mandò Valerio governatore a Como, Depretis governatore a Brescia e Mellana governatore ad Alessandria. Era un modo per ingraziarsi i democratici. Aveva bisogno della sinistra se voleva sopravvivere alla riapertura del parlamento...

Questo non è trasformismo?

Beh, era un’alleanza in funzione puramente cavouriana... E poi Rattazzi veniva da lì. Cementarono l’alleanza fondando l’associazione de «I liberi comizi». Questa associazione « si proponeva di riunire tutte le frazioni del partito liberale senza distinzione ». In questo senso era assai equivoca, perché sembrava aperta anche ai moderati, dunque puntava a lasciar solo Cavour. Senonché lo «Stendardo italiano» - il giornale di questa nuova formazione - se ne uscì con un articolo molto rozzo in cui l’invio del conte al congresso veniva definito un pericolo. In un altro pezzo si rievocava la manifestazione del ‘53 sotto palazzo Cavour, si ricordava che Cavour era un affamatore del popolo benignamente soccorso da Rattazzi ai tempi del connubio. Raccontarono a Cavour che Brofferio scriveva quello che scriveva avendo ricevuto dodicimila franchi dalla Rosina.

La Rosina era sempre al centro di tutto.

Cavour scrisse a Castelli: « Chi ha potuto farsi scala della Rosa per salire al potere... Io non posso più stimare Rattazzi, e non lo considero da tanto da onorarlo della mia inimicizia ».

Il nostro livello è definito da quello dei nostri nemici.

Brofferio si mise a dire che se il conte fosse tornato al potere Vittorio Emanuele avrebbe abdicato. «I liberi comizi» si spaccarono, non restarono a farne parte che i democratici. I liberali di Cavour, quelli della maggioranza parlamentare, contrattaccarono fondando l’«Unione liberale», associazione che si proponeva l’indipendenza e l’unificazione d’Italia. L’«Unione» voleva aumentare e affrettare gli armamenti, annettere al più presto le province dell’Italia centrale e non prolungare i pieni poteri del re. Dicevano che era ormai tempo di andare alle elezioni e nominare una nuova Camera. Obiettivo tutto cavouriano.

I democratici non entrarono nell’ Unione.

No, fondarono un altro giornale mettendoci a capo Garibaldi. Il re, Brofferio e Rattazzi lo persuasero facilmente a dar le dimissioni dalla Società nazionale, quella di La Farina e quindi di Cavour. Lo misero a capo di un’altra associazione, la «Nazione armata», fondata in quel momento. La «Nazione armata» non era che una trasformazione degli anticavouriani «Liberi comizi», ne assumeva fedelmente il programma. Garibaldi ne diventò presidente. La «Nazione armata» offrì l’alleanza all’«Unione liberale» e l’«Unione liberale», quasi all’unanimità, rifiutò. La lotta tra le due fazioni continuava.