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 2011  settembre 19 Lunedì calendario

Herno, la scommessa vinta tra estetica e funzione - Se fosse vero che la classe non è acqua, una storia come questa non si potrebbe raccontare

Herno, la scommessa vinta tra estetica e funzione - Se fosse vero che la classe non è acqua, una storia come questa non si potrebbe raccontare. Perché è quella di un’azienda a due passi da un lago, a uno da un torrente (da cui prende il nome) e in una zona ridente ma con elegante piovosità inglese. Il posto giusto, insomma, per fare impermeabili. E infatti questa è l’idea che viene a Giuseppe Marenzi da Lesa (Lago Maggiore) per affrontare il dopoguerra. È il 1948 e assieme alla moglie fonda la sua Herno dal nome del torrente accanto, a cui aggiunge un’acca maiuscola così, un po’ per vezzo, un po’ forse prevedendo che «farà» più internazionale. Gli anni Cinquanta però sono ancora tutti italiani, comincia il Boom e dopo aver iniziato con gli impermeabili da uomo c’è subito richiesta di quelli per la donna. Nei Sessanta si guarda già all’Europa e nei Settanta al mondo. I primi ad apprezzare questo made in Italy ottimista e coraggioso sono i giapponesi, che restano ancora oggi i fan più fedeli della Casa. Gli anni Ottanta spiazzano un po’ tutti, arrivano il fashion, le top, gli stilisti. E nascono i primi «marchi senza azienda». Herno l’azienda ce l’ha eccome, e anche molto strutturata, così comincia a lavorare anche per altri marchi. Stranieri, prestigiosi, molto noti. Questo fino ai primi anni del 2000, quando il mondo cambia ancora e nella moda soprattutto c’è bisogno di farsi venire una nuova buona idea. Claudio Marenzi, il più giovane dei figli della coppia fondatrice, che in fabbrica ha già coperto molti ruoli, la buona idea crede di averla ed è quella di rimettere il marchio Herno in prima posizione, lasciando il resto in seconda. La sua, lo sa, è una scommessa, ma si butta. «Ho capito che c’era una esigenza nuova nel mercato, un prodotto di tradizione e alta qualità, ma con un’immagine moderna», spiega nello show-room milanese del marchio, fra le collezioni per questo autunno-inverno. Scommessa si direbbe vinta, a vedere il fatturato (una crescita media del 30% nel triennio 2009 - 2011) e il Premio Pitti Uomo arrivato proprio nel 2011. Lui se lo spiega così. «Per me il fashion è antico, trovo contemporaneo, invece, legare sempre senso estetico e funzione. Un impermeabile deve coprirti ma ancor prima tenerti asciutto». Un pragmatismo made in Italy che si riflette anche nel linguaggio: in più di un’ora di colloquio non dice una volta sola parole come brand-marketing-lifestyle. «Il mio cliente non ha bisogno che gli suggerisca come vivere o vestirsi, quello che noi facciamo è un prodotto scarno, pulito, metropolitano, che presentiamo fotografato anche in pubblicità e nei negozi, così come lo vede, appeso un gancio». Ma «il prodotto», in realtà, sono ormai tanti. Giacconi e piumini uomo e donna, una collezione «Signature» con tagli e materiali innovativi, e un capo diventato icona, la cappa-piumino da portare anche alla Scala sull’abito da sera. A disegnare tutto questo, un ufficio interno di giovani reclutati con gli stage: chi era bravo, si è fermato. Un pragmatismo che non scappa mai dalla realtà propria e che usa con fierezza da Slow Food le parole «territorio» e «provincia». «Mio padre ha fatto il sindaco di Lesa per 30 anni, abbiamo qui più di 100 dipendenti interni e almeno 250 nell’indotto». Anche sulla vendita rifugge dalle mode del momento. «Niente monomarca, specie nella città medie credo nella professionalità del negoziante che conosce il territorio e ci dà input preziosi: spesso i marchi sono autoreferenziali, loro invece hanno il riscontro e in maniera anche un po’ cruda ti fan capire che il mercato, di quel tuo prodotto, può tranquillamente fare a meno». Inutile dire che il suo mondo non è quello delle passerelle ma del Pitti, «che è più di una fiera, un vero happening insostituibile dove ogni anno si fa il punto tra produzione, distribuzione e design». Ma in questa storia italiana c’è ancora qualcosa in più del successo, dell’innovazione, dell’export, del legame sano con il territorio. C’è anche l’arte. In questo opificio di metà Ottocento ristrutturato senza barriere fra settori - «la mia scrivania e un tavolo da taglio col computer sopra, in mezzo alla produzione» - sono inseriti quadri, sculture, installazioni d’arte contemporanea. «È il mio secondo lavoro, credo profondamente nell’effetto "ideomotorio" dell’arte contemporanea perché non c’è bisogno che tu la capisca, basta sappia darti un’emozione, qualunque essa sia". Col rischio che chi ci lavora intorno (all’opera d’arte) estenda il suo commento al datore di lavoro. «Quando ho fatto installare l’enorme palla di plexiglas di Patrick Tuttofuoco ho sentito dire "Ma questa qui, l’avrà anche pagata?"». Altre opere sono più «comprensibili». Come l’istallazione «attendere un mondo nuovo» di Gianni Caravaggio, una canna d’alluminio che simboleggia un raggio di sole, attraversa il serramento, esce all’esterno e porta l’acqua piovana su una mucchio di farina e calce, in cui sono nascosti dei semi, per dare inizio ad una creazione, una nascita. «Rappresenta bene il nostro mondo, e il nostro business: arte, sole, pioggia creano vita!»