GIOVANNI CERRUTI, La Stampa 19/9/2011, 19 settembre 2011
Umberto e le tre vite sul filo del rasoio - Un anno fa, quando le risposte non erano solo pernacchie, aveva maltrattato un leghista di Forlì con il dito all’insù: «Il mio compleanno? E chi se ne frega degli anni!»
Umberto e le tre vite sul filo del rasoio - Un anno fa, quando le risposte non erano solo pernacchie, aveva maltrattato un leghista di Forlì con il dito all’insù: «Il mio compleanno? E chi se ne frega degli anni!». Forse è vero. Forse ad Umberto Bossi compiere 70 anni non mette più allegria, o forse non sa quale Umberto festeggiare. Se quello che fino a quarant’anni è stato un "perdiballe", come si dice dalle sue parti, cantante senza successo, impiegato all’Aci, studente fuori corso, e per la prima moglie Gigliola anche finto medico. O quello che da vent’anni è padrone della Lega Nord. O il Bossi che sette anni fa si è salvato da un ictus. Auguri, comunque. E pronti a registrare le dichiarazioni d’affetto, rispetto, adorazione, magari di nostalgia dai suoi leghisti. Anche quelli che lo riconoscono sempre meno, che chiamano i cronisti per sapere qual è l’ultima e cercano conforto: «Davvero ha detto così? Ma come sta?». Poi, in tv o sulle agenzie, esalteranno l’ultima dichiarazione, sempre fedeli alla linea, come l’altro giorno in cima al Monviso: «In quindici anni abbiamo portato a casa il federalismo e i contratti territoriali». Non è così, anche se ogni leghista che non vuol rischiare il posto e stipendio lo dovrà ripetere. Da parlamentari, sindaci, notabili, lottizzati e lottizzandi della Lega, auguri a Umberto: perchè il lunga vita a Bossi vale anche per la loro. Lo vedono sempre meno, più stanco e affaticato. Ogni tanto sparisce, e se cade dalle scale di casa pazienza, «una banale scivolata». Succede, come due mesi fa a Roma, che riunisca i suoi deputati e si metta a parlare con Giancarlo Giorgetti di faccende lombarde: e invece era Gian Carlo Di Vizia, ligure di La Spezia. Gli stessi leghisti che l’hanno raccontato avranno già la smentita pronta. «Un momento di stanchezza». Come il fedelissimo veneto che lo chiama «Breznev». Per i cinquant’anni mamma Ida gli aveva preparato la torta ed era stata una festa allegra. Per i sessanta, tre cronisti che quasi convivevano con lui e il suo fuso orario balordo si erano presentati con una tromba. «La so suonare, adesso vi faccio sentire». "Pffiit...", una tragedia. «E’ che ho il labbro secco». Ma questo era un altro Bossi, il Presidente, Amministratore Delegato e Capo del Personale di una Ditta con un prodotto di successo, «la Lega di Lotta&Governo». Quello di adesso, con i suoi affanni, sembra solo il testimonial di una Lega che non c’è più. Ma non c‘è segretario di partito che abbia compiuto vent’anni, come Bossi. E non c’è segretario di partito che abbia resistito sette anni, dopo un ictus. Una notte di fine aprile, all’ Autogrill di Besnate, tappa comandata quando rientra a Gemonio, ha incontrato un vecchio amico, non c’era il solito codazzo di tutori e sorveglianti: «Non è più come prima, faccio sempre più fatica. Non posso più muovermi da solo, ma non posso mollare...». Gli capita da sette anni. E siccome Bossi non è più quello di prima nemmeno la sua Lega lo è. Una volta sapeva tutto di tutti, ora sa appena quel che gli raccontano. E le sbandate non si contano. Non legge i giornali da quand’era un "perdiballe", figurarsi adesso. Per i suoi 70 anni «Panorama» gli ha regalato un ritratto della «Lega di Famiglia», la moglie Manuela e il figlio Renzo Trota, e meno male che non ha infierito su Roberto Libertà, altro pesce d’acqua dolce pronto a nuotare nella politica. Più o meno quel che si è detto e letto negli ultimi tempi: i leghisti sapevano e sanno, Bossi no. Ha preteso le scuse immediate dal Cavaliere e il giorno dopo, sul Monviso, ecco la sbandata. «Dopo di me verrà qui mio figlio». L’investitura, come ieri sul palco di Venezia. Come se la Lega fosse diventata Ditta di Famiglia. Stava per compiere 55 anni quand’era salito la prima volta a Pian del Re, a riempir l’ampolla. Anno ‘96, quello della secessione annunciata. Per la verità era atterrato con l’elicottero di Angelo Borra, fondatore di "Radio Milano International", uno dei soci della leghista CrediEuronord poi arrestato per riciclaggio (scivolate bossiane di altro genere). Per la prima volta, a chi l’ha visto nel fine settimana tra Po e Venezia, è sembrato pensasse ai suoi anni e alle sue vite. Bossi che parla del dopo, dell’eredità e del figlio. Come chi si sente i 70 anni addosso, età da nonni e pensione, altro che secessione. Il giorno dei 60 anni Bossi era «Ministro per le Riforme Istituzionali e la Devoluzione», l’ictus tre anni più lontano. «Stiamo con Berlusconi per avere la "Devolution" - diceva - Ci darà quallo che vogliamo perchè senza di noi perde tutto». Con un timore vero che aveva nascosto in una delle sue frasi colorate, e ancora senza pernacchia. «Se non portiamo a casa niente finirà che la nostra gente ci tirerà i cachi». Si sa come (non) è andata, con la Devolution. Non è che adesso vada meglio. I cachi sono già lì tra le foglie, anche a Gemonio. Un paio di settimane e maturano. Auguri.