Alberto Bevilacqua, Corriere della Sera 17/09/2011, 17 settembre 2011
E TOTO’ TELEFONAVA A MIA MAMMA: «ALLEGRA, SIGNORA, LEI E’ UNA FATA»
Per me, Roma significa anche Totò: il grande artista e l’amico, che seppe nutrire la sua atavica napoletanità con gli umori della capitale. Scrissi il primo saggio su di lui, in un mio libro giovanile: I grandi comici. Quando gli esposi il mio progetto, obiettò: «Ma non credi di rimetterci la reputazione?». Mi mostrò un settimanale con un titolo a due pagine, fatto di un becero giochetto di parole: «Tutto Totò non vale un etto di Tati» (proprio quell’articolo mi aveva dato l’ultimo stimolo alla mia proposta). Totò aggiunse: «Guarda cos’ha scritto su di me un signor critico (Giancarlo Vigorelli, ndr)… Tati, un attore e regista francese che dicono mi abbia imitato. Bè, stavolta non riesco proprio a ripeterlo che sono tutte pinzillacchere, sciocchezzuole!». Diventai amico del «principe». Mi voleva spesso con sé. Lo vedevo esibirsi sul set, fra le macchine da presa, avendo appena sfogliato il copione. Le sue improvvisazioni. Senza un’inceppatura, un’esitazione.
Con genialità esilarante, travolgeva tutti. Ma, lasciato lo studio, cadeva a volte in una malinconia tutta sua. Allora diventava l’esatto opposto del mimo che, poco prima, ci aveva esaltato; mi trovavo seduto di fronte a un altro, che chiedeva a me, proprio a me: «Raccontami qualcosa di spiritoso». E io gli raccontavo, che so, di quando mia madre mi portava nella «Piazzetta» sul Po, e quelli delle parti mie vi commentavano a modo loro le solite notizie funeste riportate dai vari giornali, trasformandole con ironia in positivo, fino all’ilarità. E Totò si ravvivava: «Bisognerebbe farla rinascere la "Piazzetta", magari a Roma, perché no? Proposta al sindaco: la domenica mattina, a piazza Venezia, io sottoscritto, giornali alla mano, muterei in ottimistiche, se non proprio in allegre, le ferali novità che ci guastano le giornate. Sai in quanti accorrerebbero!». Pregustava a occhi chiusi la scena: «Telefoniamo al sindaco. Come saprei risollevare lo spirito dei romani! Che bella gara, la domenica mattina, col Papa a Piazza San Pietro. Vediamo chi la vince!».
A quei tempi, mia madre stava male, soffriva di feroci depressioni, e Totò proponeva: «Telefoniamole. Può servirle?». Gli rispondevo: «Più di qualunque medicina». Lui cominciava: «Allegra, signora. Quando meno te l’aspetti, la strega arcigna che sogghigna si trasforma nella fata più benigna!». Versi di una canzoncina della rivista del 1940.
Al «Quattro fontane», a Roma. Anna Magnani e Totò nel personaggio di Bonaventura. Si era in un momento drammatico della dittatura, in un clima di guerra. Oggi sembra una cosa da nulla insinuare: «Aspetta, e vedrai che la sorte muta» oppure «Basta con questi che t’abboffano di chiacchiere». Ma rifacciamoci ai tempi di allora, quando il sottinteso aveva un suo rischio. E addirittura in Volumineide, sempre al fianco della Magnani (1942), Totò-Pinocchio cantava: «Qui le teste son di legno — ch’è proibito avere ingegno — Siamo tutti burattini – burattini in libertà!».
Del «principe» ricordo un momento di fierezza felice, quando la sua famosa «pinzillacchera» fu tolta dalla ribalta dov’era nata, per essere promossa a dignità di vocabolario. Un’emozione, per Totò, privilegiata fra le tante altre.
Alberto Bevilacqua