Silvia Nani, Corriere della Sera 17/09/2011, 17 settembre 2011
LA POLTRONA E LA PELLE. SIMBOLI DI FAMIGLIA CHE HANNO CENTO ANNI
Festeggerà nel 2012 i suoi «primi» 100 anni. E sarà un compleanno speciale: i dettagli sono ancora top secret ma nel quartier generale di Poltrona Frau a Tolentino, nella campagna maceratese, c’è già fermento. È cambiato tutto e nulla dall’anno 1912 quando Renzo Frau, artigiano sardo intraprendente e lungimirante, approda a Torino e trasferisce in un’impresa tutta la sua arte del fatto a mano. Poco più di un decennio e diventa fornitore della Real Casa. Intanto prendono forma i primi modelli, classici eppure dopo quasi cent’anni così attuali da essere ancora oggi a catalogo: «La prima poltrona, la 128, l’abbiamo ribattezzata 1919 dal suo anno di nascita, una bergère ampia e confortevole. Poi nel 1929 nasce la 118 che oggi si chiama Fumoir. Negli anni 30 la Lyra, schienale tondeggiante e la Tabarin in stile art déco. Quindi la Vanity che rimane la nostra icona».
È orgoglioso Roberto Archetti, brand director del marchio, mentre le indica, lì raggruppate nella sezione restauri che introduce la parte produttiva nello stabilimento (ben 34.000 metri quadrati di superficie su 41.000 complessivi). Una 1919 dalla pelle scrostata, una Vanity aperta a metà e con l’interno a vista, segni inequivocabili dell’incuria del tempo: «Sono le vecchie poltrone che ci arrivano dai nostri clienti per il restauro — spiega —. Attraverso le mani dei maestri artigiani qui rinascono a una nuova vita». Peccato forse perdere un po’ della loro storia: «Sì, ma per noi è bello contribuire a un gesto d’affetto per un pezzo "di famiglia"».
Oggi la Pelle Frau (peraltro marchio registrato) è qualcosa di diverso dal rivestimento di queste vecchie poltrone: «Allora era neutra e colorata superficialmente, nel tempo la tinta si perdeva e bastava un graffio a far emergere la base chiara. Adesso invece il colore passa nello spessore, così resiste meglio alle scalfitture». Ma è solo il punto di partenza: «Oggi abbiamo pelli per esigenze e usi diversi. La "classica" Color System, quasi insensibile ai graffi e alle macchie, la Soul, morbidissima ma bisogna accettare che mostri i segni del tempo. Poi c’è la Heritage, sfumata, ideale per i modelli storici: sembrano pezzi vintage», spiega. In una stanza apposita c’è il «magazzino» delle pelli, 96 colori solo per la serie classica: «È il nostro punto di forza. I principali sono quelli di Renzo Frau, trent’anni fa le integrazioni fatte da un cromatologo dell’Accademia delle Belle Arti». Colori in grado di cambiare in base alle combinazioni: «Quest’anno Paola Navone ha rivestito i pezzi del Salone del Mobile pescando dalla cartella una palette di azzurri: sembravano tinte nuove, ci siamo stupiti anche noi».
Ma a Tolentino il cuore pulsante è la manifattura dei pezzi, un padiglione immenso dove ogni artigiano ha il suo ruolo: c’è chi controlla le pelli e ne cura il taglio, chi si occupa dei fusti, altri predispongono l’imbottitura — cotone, crine, molle, cinghie, nastri e corde sapientemente combinati tra loro — altri ancora lavorano sul rivestimento, lo tendono, lo sagomano, lo rifiniscono in base al modello con punti, bottoni, cuciture a vista: «Per un divano Chester occorrono 36-40 ore di lavoro, circa 20 per il John-John, l’ultimo di Jean-Marie Massaud». Ed ecco il design, il volto contemporaneo e intrigante di un’impresa dal Dna storico ma che sa stare al passo con i tempi: «Con Massaud i nostri bestseller, dalla poltrona Archibald al divano Kennedee. Ma collaboriamo anche con Michele De Lucchi, Lazzeroni, i Vignelli e tra i giovani François Azambourg e Monica Förster».
In fondo, quasi appartato, c’è il reparto car, lavorazioni speciali per gli interni delle Ferrari, mentre lì accanto prendono forma gli arredi di yacht e aerei: parola d’ordine, stabilità, resistenza e estetica «da casa». Ma è nel magazzino del contract che avviene la sintesi dei due mondi, privato e pubblico. Perché qui, allineate su scaffali alti fino al soffitto, 230 poltroncine etichettate con nome e progettista svelano altrettante realizzazioni in teatri e luoghi pubblici di tutto il mondo. «Le sedute per l’Auditorium Niemeyer di Ravello e la Walt Disney Concert Hall di Frank O. Gehry, quelle per il Parlamento Europeo e il Palau de les Arts di Calatrava a Valencia — le addita Archetti —. Tra poco qui arriveranno le ultime, per il ristorante dell’Opera Garnier di Parigi, progetto Odile Decq, e l’Auditorium della Onassis Foundation di Atene».
Passato e presente, tradizione e design: introdotto da una corte che sembra un giardino zen l’ingresso allo showroom è un piccolo museo, la Vanity al centro, poltrone storiche ai lati. Per anticipare il progetto segreto, un museo in grande stile che nascerà a suggello del centenario.
Silvia Nani