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 2011  settembre 19 Lunedì calendario

STRATEGIE E LITI DA DAVIS, MEMORIE DI UN CRONISTA

Stavo ad osservare, ammirato, la presentazione di alcuni degli eroi della mitica finale del 1976, tra i queli mancavano purtroppo Panatta Bertolucci e Zugarelli, non invitati dalla Federtennis, e mi rallegravo di essere, nello stadio, il solo "periodista", giornalista sopravvissuto. D´un tratto, mi sono ritrovato a fianco uno sconosciuto che ho creduto uno dei molti membri della nostra squadra, a causa della maglia azzurra e della scritta Italia.
Nel presentarsi, dopo avermi spiegato che un amante del tennis non poteva non essere presente a questo "storico incontro", il Signor Mario mi ha offerto un libretto rilegato da una preziosa copertina in cuoio, e prima che ne chiedessi il titolo ha osservato: «E´ suo. Si chiama Il Grande Tennis». Mi ero quasi dimenticato di quel volume, un po´ insolito tra i diciannove che mi è accaduto di scrivere. Allora autore di Mondadori, sottolineo prima dell´avvento di Berlusconi, il libro era stato pubblicato quale sandwich tra i miei primi due romanzi, tristemente dimenticati. Si trattava di una storia dell´Italia nella Coppa Davis, e terminava proprio con il nostro indimenticabile successo del ´76. Mario pareva tanto incuriosito da lusingarmi a rispondere alle sue domande. «Così lei è quello che ha assistito al maggior numero di partite» affermava. «Nel libro ne cita 74, soltanto sino alla finale cilena. Ora avrà certo superato le cento. Ma quale, al di là della finale vinta, ricorda maggiormente?».
«Jugoslavia-Italia del 1939. Avevo nove anni e piansi, nel vedere battuto, in doppio, un amico comasco, Taroni, che mio padre aveva condotto in auto, insieme a me, a Milano, sede dell´incontro. Ricordo la frustrazione di Taroni per esser stato associato a Gianni Cucelli, invece che al suo abituale partner di doppio, Quintavalle. Una decisione presa da un capitano certamente miope, lo stesso che mi avrebbe impedito, anni dopo, di giocarla, la Davis. E non ne cito il nome, parce sepulto». Mario osservò che, questo, non l´avevo scritto, e risposi che ero stato certamente un testimone, non un protagonista. Poiché gentilmente insisteva ricordai che, nel 1953, ero divenuto un discreto tennista, numero dieci di un´Italia prima in Europa, ma soprattutto uno specialista del doppio, associato a un fenomeno, un omone due metri, quell´Orlando Sirola che divenne il partner di Pietrangeli quando una malattia mi impedì un minimo di deambulazione.
Con Sirola avevamo vinto, in primavera, due importanti tornei internazionali. Cucelli e Del Bello, il glorioso doppio di Davis, avevano superato la trentina e, durante gli Internazionali d´Italia uno dei quattro membri della C.T. Vito Battaglia, mi comunicò che lui e gli altri due attendevano la decisione finale del dt per selezionare me e Sirola contro gli olandesi, un team modesto. Ritornò da me afflitto il giorno seguente, il povero Battaglia, per informarmi che alcuni miei articoli di collaboratore della Gazzetta dello Sport erano stati ritenuti offensivi dal dt. Lo stesso Capitano ai tempi di Taroni e, quindi, insieme a Sirola sarebbe stato schierato il vecchio Cucelli. Questo, e una successiva malattia, mi impedirono dunque di far parte, almeno come Carneade, della nostra Davis».
L´appassionato Mario sembrava incredulo ma insoddisfatto. «Ma lei ha anche scritto un libro di tecnica vendutissimo, ‘Il Tennis Facile´, sempre da Mondadori». «Dodici edizioni sinché mi stufai di aggiornarlo». «E non le hanno mai chiesto di dare una mano, come tecnico?» « E´ accaduto anche questo. Nel 1960 l´Italia aveva vinto la Zona Europea, e si preparava alla trasferta in Australia, per incontrarvi, a Perth, gli Stati Uniti. Il ct Migone aveva litigato con il Capitano Canepele e assunto come allenatore Jaroslav Drobny, il vincitore del Roland Garros e di Wimbledon. Ormai professionista, Drobny non poteva sedere in panchina, secondo i regolamenti di allora. Giovane inviato del Giorno sarei stato presente a Perth e Migone, d´accordo con Drobny, mi chiese se potevo per dir così, dirigere due tennisti al contempo amici, con cui aveva giocato per anni. Il Direttore del giornale me lo concedeva, e non mancava altro che partire. Erano richieste, allora, le vaccinazioni, tra cui l´antitifica. Un medico distratto mi inoculò una fiala scaduta, e rimasi più di un mese in ospedale, mentre i miei amici battevano, prima volta nella storia, gli Stati Uniti. Sarei passato alla storia anch´io, come stratega». Mario mi guardava, quasi incredulo.
«Così lei non ha mai giocato in Davis, né ha diretto gli azzurri». Scossi il capo, per sorridere. «Però li ho visti più di un centinaio di volte. Anche gli spettatori sono indispensabili». E, mi auguro, i lettori.