Antonio Ferrari, Corriere della Sera 19/9/2011, 19 settembre 2011
L’ESCALATION DEL PREMIER ERDOGAN DOPO LE UMILIAZIONI EUROPEE
E’ stato davvero un grave errore umiliare la Turchia, candidata all’Unione Europea, alzando in corso d’opera l’asticella delle condizioni negoziali per l’adesione. I più attenti analisti, senza il paraocchi del pregiudizio, avevano previsto da tempo un rischio: che Ankara, alla quale si continuava a chiedere di più, si sarebbe stancata e avrebbe scelto e imboccato strade alternative. È quanto sta accadendo, in particolare per l’ostinazione di Francia e Germania, poco desiderose dell’impegnativo allargamento ad un grande Paese musulmano, che di fatto potrebbe diventare il gigante dell’Unione: con la popolazione più grande, forte economicamente, con un esercito popolare allenato e con un ruolo fondamentale nel Mediterraneo e nell’intero mondo arabo.
La Turchia ha raggiunto infatti risultati invidiabili e invidiati, con una crescita che fa impallidire tutti i Paesi della Ue. Al punto che, raccordandosi con l’irruenza caratteriale del suo primo ministro Recep Tayyip Erdogan, invece di accettare e spesso subire le continue condizioni di Bruxelles, alza la voce con tono che può suonare minaccioso. Lo ha fatto con una dichiarazione del vicepremier Bosir Atalay. In sostanza, se il 1° luglio del 2012 la presidenza di turno della Ue passerà, come previsto, alla Repubblica di Cipro (cioè alla parte greca dell’isola divisa), «verranno congelati i rapporti con Bruxelles». Una sospensione unilaterale che Ankara non avrebbe mai immaginato di annunciare fino a poco tempo fa.
Ma ora molte cose sono cambiate o stanno cambiando, e l’improvviso irrigidimento è dovuto a tre fattori: i notevoli successi di una politica che sembra proporre le condizioni di un neo-ottomanesimo, per usare le parole del ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu; la convinzione che Ankara sia diventata non soltanto fonte di ispirazione, ma addirittura modello dell’Islam moderato, e che quindi possa condizionare positivamente lo sviluppo delle cosiddette «primavere arabe»; la debolezza della Ue, attraversata da crisi finanziarie e senza grandi prospettive di crescita, quindi meno determinata a porre condizioni.
A ben vedere il quasi ricatto su Cipro può essere ritenuto speculare alla crisi tra la Turchia e Israele. Erdogan pretende le scuse per l’assalto alla flottiglia pacifista, Gerusalemme le rifiuta, e si è arrivati al gelo diplomatico. Ma da qui a dire che i rapporti tra i due Stati sono finiti la distanza è siderale. Anzi, è sicuro che le relazioni prima o poi verranno riannodate, anche perché i due Paesi sono gli alleati di ferro degli Usa. Il caso dell’isola divisa tra la Repubblica greco-cipriota (che fa parte della Ue) e quella turco-cipriota è, parallelamente, la carta che il premier Erdogan, cui non difettano cinismo e spregiudicatezza, utilizza per dimostrare che l’arroganza può essere sempre bifronte. E che la Turchia, se volesse, potrebbe fare a meno dell’Europa. Però lo stesso primo ministro, che utilizza Davutoglu per le sue mire neoimperiali, dall’altra ha come vicepremier anche il capo-negoziatore con Bruxelles Egemen Bagis, il più convinto e appassionato europeista del governo.
Erdogan ha capacità di visione ma a volte difetta di tempismo. Ha impiegato più del necessario a comprendere che la lunga stagione dei vecchi amici (la Siria di Bashar el Assad) e sodali (come Muammar Gheddafi) era scaduto. Ma, corretto l’errore al volo, è sceso al Cairo, a Tunisi,
a Tripoli e a Bengasi, osannato come
un sultano dai nuovi vincitori o quasi vincitori. Il primo ministro non porta solo promesse ma generosi aiuti concreti. Come ha fatto anche nella derelitta Somalia, visitandola senza pensare eccessivamente alla propria sicurezza.
È chiaro che il premier turco non è neppure sprovveduto. S’infuriò con Parigi quando il Parlamento francese approvò la legge che puniva chiunque non riconoscesse il genocidio armeno. E restituì all’Italia i contratti che Roma aveva perduto per aver dato ospitalità al capo dei guerriglieri turco-curdi del Pkk, Abdullah Ocalan. Erdogan sa bene che ogni Paese si muove non certo con il cuore ma seguendo i propri interessi. Per questo ha atteso la fine della missione dei «salvatori» Sarkozy e Cameron, ben cosciente — come segnalavano i suoi esperti — che il presidente francese più che a petrolio e gas puntava a consolidare gli interessi sull’estrazione dell’uranio tra Niger, Ciad e appunto Libia (tre miniere sono controllate dalla francese Areva). Il primo ministro turco ha avuto un bagno di folla oceanico. Da provocare qualche gelosia.
Ecco perché, pensando a quanto stiamo assistendo oggi, è stato un errore umiliare la Turchia. Adesso è possibile che il sultano di Ankara mediti il riavvicinamento a Bruxelles. Non per chiedere, ma nella convinzione che prima o poi qualcuno andrà a Canossa.