Luigi Grassia, La Stampa 17/9/2011, 17 settembre 2011
L’Eni diluisce la sua quota azionaria nel futuro gasdotto del Mar Nero ma conserva intatto l’uso commerciale che potrà farne, e intanto allarga la compagine dei soci a Francia e Germania rendendo il progetto politicamente più accettabile all’Unione europea
L’Eni diluisce la sua quota azionaria nel futuro gasdotto del Mar Nero ma conserva intatto l’uso commerciale che potrà farne, e intanto allarga la compagine dei soci a Francia e Germania rendendo il progetto politicamente più accettabile all’Unione europea. Ieri è stato firmato a Soci, proprio sulle rive del Mar Nero, un accordo per cui la russa Gazprom conserva il 50% del progetto mentre l’Eni scende dal 50 al 20 e la quota residua viene divisa al 15% ciascuno tra la francese Edf e la tedesca Wintershall (gruppo Basf). Presente e benedicente il premier Vladimir Putin. Il South Stream punta a portare in Europa il metano russo attraverso quattro tubi sotto il Mar Nero e poi attraverso i Balcani, aggirando l’Ucraina, le cui contese con Mosca hanno più volte bloccato le forniture. L’Unione europea preferirebbe tagliar fuori non solo l’Ucraina ma anche la stessa Russia, costruendo attraverso la Turchia un gasdotto che si alimenti di metano nella zona del Caspio. Ma questo secondo progetto, secondo i critici, viene portato avanti per ragioni politiche più che economiche, visto che l’Azerbaigian (che si trova all’altra estremità delle condotte) non ha abbastanza metano da fornire; si pensa di allungare i tubi fino all’Iraq e addirittura all’Iran, ma così per la sicurezza delle forniture europee sarebbe come passare dalla padella alla brace. L’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, ha spiegato che con l’ingresso dei soci francesi e tedeschi «il progetto è più europeo e sono più alte le possibilità che si faccia». «A noi - ha aggiunto non interessa tanto investire i nostri soldi in un tubo di acciaio in mezzo al Mar Nero, quanto siglare un maxi accordo con Gazprom che ci assicuri gli attuali volumi di gas, anzi, che li aumenti, a prescindere dalla nostra percentuale nel progetto». Poi c’è un terzo aspetto rilevante, distinto sia dalla proprietà delle tubature sia dal flusso di metano che le attraverserà: «Siamo interessati a costruire l’infrastruttura. Saipem, che ha già realizzato il Blue Stream sotto il Mar Nero e il North Stream sotto il Baltico, mi sembra il candidato ideale». Il South Stream è un’opera da 10 miliardi di euro, più altri 10 per i vari rami terrestri del gasdotto verso l’Europa sudorientale, Italia compresa. Il primo dei quattro tubi dovrebbe entrare in funzione entro fine 2015, politica permettendo.