Alberto Arbasino, Corriere della Sera 17/9/2011, 17 settembre 2011
COLAZIONE DA TIFFANY AI PARIOLI
Con Giovanni Spadolini ci si conosceva di lontano, perché c’era stata nel dopoguerra una consuetudine di vecchi gentiluomini fiorentini (giuristi e politici più anziani di lui e di me) che si incontravano per l’aperitivo settimanale in casa della sua mamma. E poi passavano in un vicino ristorante celebre per le sue carni. Di lì arrivavano ai più giovani le battute mordaci sull’attualità.
Entrai al «Corriere» prima di lui, alla fine del 1967, assunto come elzevirista e reporter da Alfio Russo ed Enrico Emanuelli, che avevano l’intenzione di suddividere il giornale «come una Rinascente» per i diversi lettori, e di affiancare alla Terza Pagina un «Corriere letterario» aperto alle avanguardie. Il direttore Russo aveva anche introdotto due «corsivetti»: uno politico in prima pagina, e uno di costume in seconda, spesso affidatomi. Il mio debutto avvenne comunque con un elzeviro, «Le Muse e le Mode», sul nuovo numero dell’«Almanacco Letterario» di Valentino Bompiani, eternamente giovane e sperimentale. E anche mio padrone di casa, giacché quando morì assai longeva la sua mamma, il nipote Fabio Mauri mi disse che la famiglia preferiva per l’appartamento un amico da «seconda casa» disposto ad andarsene se necessario. Così cominciò una beata convivenza trentennale, ove di editoriale non c’era niente.
Già Gaetano Afeltra, ai tempi di Missiroli direttore, mi chiedeva di collaborare al «Corriere d’Informazione». Ma Spadolini, appena diventato direttore, disse a tutti i redattori che voleva ripristinare il «Corriere» quale tradizionale organo di una borghesia illuminata e unitaria. Via tutte le rubrichette, dunque; e gli elzeviri, soprattutto riservati ai luminari: grandi medici e avvocati, professionisti di fama.
Quasi tutti gli interpellati inviarono almeno venticinque pagine, con divieto di tagli. E in seguito, scoppiato il ‘68, Spadolini sospirava di sentirsi come seduto sopra una pentola in ebollizione: solo lui era in grado di non lasciarla scoperchiare. E dicendo così, veniva somigliando a una vignetta di Forattini.
In seguito, siamo stati insieme a molti pranzi romani. E fu per iniziativa di Bruno Visentini e sua che mi trovai candidato e deputato del Partito Repubblicano alla Camera. (Ma queste sono altre storie).
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Eternamente moderni e sempre più classici o neoclassici, ripassano sugli schermetti estivi i film con Audrey Hepburn. E continuano a ravvivare nella memoria l’amabilissimo personaggio di Audrey stessa a Roma, abitante in via San Valentino col marito Andrea Dotti, giovane medico psichiatra di famiglia patrizia e munito di un brillante sense of humour. Che forse lei, più rigorosa e per niente romana, non condivideva del tutto.
Avevamo gli stessi amici, e spesso pranzavamo insieme. Audrey e Andrea abitavano in un vasto appartamento pariolino, luminoso e bianco: uno dei primi a venir decorato con dipinti a vivaci colori di Piero Dorazio o Antonio Corpora su pareti candide. Ma naturalmente i contesti erano diversi: My Fair Lady, stupendo grazie a Audrey e a Rex Harrison nonché a George Cukor e Cecil Beaton, e a tanti comprimari formidabili, appariva accanto a Gigi, Cantando sotto la pioggia, Un Americano a Parigi. E Breakfast at Tiffany’s si presentava come elegantissimo rifacimento alla Truman Capote dell’originario racconto berlinese Sally Bowles di Christopher Isherwood alla base anche di Cabaret. Ma tutto edulcorato e sentimentalissimo. Senza mai accennare all’omosessualità del giovane scrittore su cui si fonda l’amicizia con la puttanella, che si chiama Sally Bowles in omaggio allo scrittore Paul Bowles, ma si appurò che scritturata come comparsa da Max Reinhardt per i Racconti di Hoffmann con un vero canale veneziano in scena, mimava (o peggio) gli amplessi con un compagno di gondola...
All’opposto di tutto ciò, Audrey fu l’epitome della carineria, inarrivabile e invariabile, col suo musetto da Funny Face, i «tubini» di Givenchy, o addirittura le vesti di suora missionaria. Erano talmente carini i cestini per il lunch del marito che i colleghi giovani medici ne sorridevano. Ma fu straordinaria anche come amica terapeutica.
Una volta, cadendo malamente, mi ruppi una vertebra; ma i due pezzi erano troppo distanti; all’interno della gabbia toracica. Allora, chiesto consiglio a Audrey, esperta a causa della gracilità ossea, andai in albergo a Losanna, non lontano dalla sua bella e struggente magione rustica a Tolochenaz, fra i meli e i prati. Qui si capirono anche le pere cresciute fin da piccole entro le bottiglie destinate alla relativa grappa. Ornavano tutti i dintorni.
(Le diagnosi di quei grandi apparvero piuttosto terrorizzanti. Fortunatamente, grazie a un’altra benemerita amica, passai a Londra, negli ammezzati dell’Albert Hall, dove un illustre specialista del Metodo Alexander mi ridistribuì con caute manipolazioni i pesi e le spinte della colonna vertebrale).
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Anni e anni dopo, coi soliti vecchi amici romani, si pranza da «Ranieri» (ormai finito). A un tavolo accanto, Audrey ormai separata dal consorte, cena con un gentiluomo barbuto. Dopo le nostre abitudinarie affettuosità reciproche, qualcuno informa che trattasi de «il perfetto ascoltatore». Lo è stato per più di una diva di Hollywood. E infatti, mentre lei parla, fa gravemente o sorridendo sempre cenno di sì.
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Care memorie inutili, fra Sidi Bou Said e Hammamet. Gelsomini sulle orecchie tra le palme. Biblioteche piene di «aura» nelle ville «Novecento» fra i giardini irrigati: con pareti ove le rilegature inglesi d’epoca sbiadivano assai dolcemente — verdi, gialle, marrone, mattone, grigette, blu, con l’oro spento dei titoli — senza più sovracoperte da libreria pubblica. Abbandono, anni Trenta, atmosfera...
Ora, se una rivoluzione giovanile contro il tiranno di turno produce non movimenti di ricostruzione democratica ma file di barconi fuggitivi in fuga verso Lampedusa o la morte... Ahi.
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Nel «Raccontare l’Italia Unita» — mostra e catalogo del Fondo Manoscritti vivificato a Pavia dalla compianta e rimpianta Maria Corti — riecco la copertina fotografica del mio Fratelli d’Italia, pubblicato a Milano nel 1963.
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Ricordando Boris Biancheri, con grande affetto, e consultando il Calendario Reale italiano del 1899, vi si trova S. E. Giuseppe Biancheri, deputato di San Remo e collare della SS. Annunziata, accanto a Crispi, Nigra, Farini, a cinque Savoia, e a numerosi sovrani stranieri.