Eva Cantarella, Corriere della Sera 17/9/2011, 17 settembre 2011
Se alcuni dei riti nuziali praticati nell’antica Roma sono ancora in uso, altri — fortunatamamte — sono da tempo scomparsi
Se alcuni dei riti nuziali praticati nell’antica Roma sono ancora in uso, altri — fortunatamamte — sono da tempo scomparsi. Tra di essi, uno che a prima vista si potrebbe pensare consistesse semplicemente nell’adeguamento a una innocua moda del momento, ma che, a ben vedere, nascondeva un valore simbolico a dir poco inquietante: sto parlando della foggia nella quale, il giorno delle nozze, le spose usavano pettinare i capelli. L’acconciatura tradizionale delle spose, infatti, voleva che la loro chioma venisse divisa in sei ciocche. Sin qui niente di preoccupante: ma quel che incomincia a ingenerare qualche perplessità sul significato del rito è il fatto che la divisione della chioma in sei ciocche venisse fatta dallo sposo, che a questo scopo si serviva di una bacchetta detta caelibaris hasta. Che significato poteva avere un rito così singolare? A chiederselo, prospettando interpretazioni diverse erano già gli antichi. Secondo Plutarco, infatti, la caelibaris hasta ricordava che il primo matrimonio era stato il celebre ratto delle Sabine, vale a dire un atto di guerra (così nella Vita di Romolo). Ma Festo, sempre in chiave militare, propone un’altra interpretazione: il rito serviva a rendere chiaro che la sposa veniva sottoposta al potere del marito: «L’asta infatti è l’espressione massima delle armi e del potere» (Fest., s.v. caelibaris hasta). E la parola qui tradotta potere è imperium, che indicava il comando militare.