Stefano Montefiori, Corriere della Sera 17/9/2011, 17 settembre 2011
I DEJA-VU DELLA STAR TRAPIANTATA
A un certo punto della sua già molto movimentata esistenza, Charlotte Valandrey ha scoperto di andare improvvisamente pazza per il babà al rhum. E la torta al limone. E il vino, mai amato prima. Ha fatto per la prima volta un viaggio in India, riconoscendo come famigliari luoghi mai visti. E ha cominciato a sognare, una notte dopo l’altra, un drammatico incidente d’auto, proprio come se fosse capitato a lei. Charlotte ha scoperto poi che a trovare la morte tra le lamiere di quell’incubo ricorrente era stata una donna, che tra il 3 e il 4 novembre 2003 fu l’unica donatrice di cuore negli ospedali di tutta Parigi. Quella stessa notte, Charlotte fu l’unica a ricevere un trapianto cardiaco, all’ospedale Saint-Paul.
Può una vita confluire in un’altra seguendo i battiti del cuore? Può quell’ammasso sanguinolento di carne portare con sé la leggerezza dei ricordi? «No», ripetono gli scienziati. Ma nel libro «De coeur inconnu», appena uscito in Francia, l’attrice Charlotte Valandrey racconta comunque la sua straordinaria storia fatta di vite incrociate.
A 18 anni, nel 1987, appena giunta al successo grazie al film «Rouge baiser», Charlotte scopre di essere sieropositiva. «Come migliaia di altri, avevo solo fatto l’amore — scrive —. Poi, il mio primo infarto mi ha messo ko a 34 anni. La triterapia impedisce al virus Hiv di svilupparsi nell’Aids, ma è molto aggressiva per il cuore. Perché il mio si è sfinito così velocemente? Un trapianto cardiaco a 34 anni è un po’ presto, no? Molto più dell’Hiv, che non mi ha mai fatto soffrire direttamente, il trapianto ha marchiato il mio corpo e sconvolto la mia vita».
Tre anni dopo avere dato alla luce Tara, sieronegativa, Charlotte giunge esausta all’operazione, nel 2003. Il suo cuore è debilitato, la stanchezza è invincibile, mancano pochi giorni alla fine. L’incidente stradale, e il dono di quella vittima sconosciuta, le permettono di recuperare lentamente. Esattamente due anni dopo, scopre di essere cambiata. «La riabilitazione è stata lunghissima, ho dovuto imparare di nuovo a mangiare, camminare, parlare. Ma alla fine ce l’avevo fatta, stavo meglio. E non ero più la stessa. In visita per la prima volta al Taj Majal, ho avuto la certezza di esserci già stata con qualcuno. Ho sentito di essere felice, innamorata». L’attrice si è messa in contatto con altri trapiantati, ha studiato la teoria della «memoria cellulare», secondo la quale non solo il cervello ma tutto il corpo racchiude informazioni sulla vita della persona.
Non è l’unica a non darsi pace. Yann, l’uomo che è rimasto vedovo dopo l’incidente che ha permesso a Charlotte di ricevere un cuore nuovo, legge per caso la sua storia nel precedente libro «L’Amour dans le sang» (2005). Yann fa delle ricerche, capisce che il cuore della moglie ora batte nel petto di Charlotte. Dopo averle spedito tre lettere anonime, fa in modo di incontrarla. Charlotte e Yann si innamorano. Un anno dopo, Charlotte scoprirà che Yann non è divorziato, come le ha raccontato: ama in lei la donna che le ha donato il cuore. «Un nuovo trauma. Che ha qualcosa a che fare con il mio terzo infarto», racconta.
A firmare la prefazione di «De coeur inconnu» è il professore Gérard Helft, cardiologo all’ospedale della Pitié-Salpêtrière di Parigi. «Non c’è alcuna trasmissione di sensazioni dopo un trapianto — dice —, ma trovo la testimonianza di Charlotte comunque utile e commovente, perché mostra come il trapianto non possa essere mai ridotto a una questione meccanica».
Emmanuelle Prada-Bordenave è direttrice dell’Agenzia francese della bio-medicina, cioè l’organismo incaricato di autorizzare ogni trapianto. «La memoria cellulare non esiste — ripete —, ma racconti simili sono ricorrenti e spiegabili. I pazienti arrivano debolissimi all’operazione, e poi rinascono: grazie al cervello di nuovo irrigato, riscoprono emozioni perdute o ne provano di nuove, perché si formano nuovi circuiti cerebrali. Quanto al fatto che Charlotte Valendrey sia entrata in contatto con il vedovo della donatrice, è una vicenda impressionante, che conferma la bontà della nostra scelta: a differenza degli Stati Uniti, qui cerchiamo di proteggere a ogni costo l’anonimato. Per chi è rimasto senza una persona cara, poterne seguire il cuore significa rifiutarne la morte. È un’illusione crudele».
Stefano Montefiori